06.2009 – Immigrazione clandestina

Se l’immigrazione clandestina è un fenomeno vecchio come il mondo, anche la storia degli accordi bilaterali tra Italia e paesi “confinanti” è abbastanza datata.
Risale infatti al 2003 il primo accordo bilaterale tra Italia e Libia sulla cooperazione per contrastare l’immigrazione clandestina: secondo le normative internazionali, affinché si possa considerare valido, esso deve essere ratificato dal Parlamento. Ciò non è stato fatto.
Nel 2004 venne promulgata la legge n. 271 che attribuisce al Ministero dell’Interno la possibilità di finanziare la realizzazione, in paesi terzi, di strutture utili ai fini del contrasto di flussi irregolari di popolazione migratoria verso il territorio italiano; questi finanziamenti non sono legati al rispetto dei diritti dei migranti o alla ratifica della Convenzione di Ginevra sul diritto d’asilo, né alla conformità delle strutture agli standard internazionali minimi per la detenzione.
Procedendo cronologicamente, nel 2005 fu presentato un rapporto in Commissione europea in cui all’ordine del giorno vi era la cooperazione con la Libia in contrasto all’immigrazione clandestina dalle coste nordafricane: furono riscontrati abusi e violazioni dei diritti umani (condizioni di vita inaccettabili nei centri di detenzione, rastrellamenti casuali dei migranti da espellere, nessun rispetto delle normative sull’asilo).
Parecchie interrogazioni parlamentari vennero richieste tra maggio e giugno 2005 per avere delucidazioni in merito: il governo Berlusconi, allora in carica, prese nota ma non rispose.
A luglio 2005 la Corte dei Conti, nella relazione sulle spese del 2004, svelò che il governo italiano stava finanziando la costruzione di due centri di detenzione per migranti in Libia: il Parlamento, ancora una volta, non ne sapeva nulla.
Il 9 agosto la Libia siglò un accordo con l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, procedendo all’apertura di un ufficio dell’OIM a Tripoli: il suo compito era quello di assistere il “ritorno volontario” dei migranti nei paesi d’origine, di procedere a campagne informative tra i migranti stessi, ed attuare programmi generatori di reddito nei paesi confinanti della Libia.
Nel febbraio 2006 il gen. Mori, capo del Sisde, in visita per operazioni di coordinamento delle intelligence dei due paesi in funzione antiterroristica, definì aberranti le condizioni del centro di detenzione di Sebna, nel deserto libico (uno dei centri finanziati dall’Italia).
Il cambio di governo, nello stesso 2006, non ha fatto cessare le visite italiane in territorio libico: il ministro per l’attuazione del programma Giulio Santagata andò in visita a Tripoli con un sanmarinese in ottimi rapporti con Gheddafi e il cui figlio fu il portaborse di Prodi, tale Piero Scarpellini; il Parlamento non fu informato della visita.
Ma diamo un’occhiata anche agli altri progetti bilaterali sull’immigrazione in cui è impegnato il nostro paese: essi sono operativi dalla metà degli anni ’90 e coinvolgono svariati paesi.
In Marocco la Cooperazione italiana ha in piedi oltre venti iniziative che nel 2008 sono costate circa cinquanta milioni di euro; ci sono poi altri progetti “a dono” che prevedono impegni per la valorizzazione delle risorse umane, la tutela del patrimonio culturale, il miglioramento dell’accesso all’acqua potabile e sul tema dell’immigrazione.
In Egitto fu sottoscritto un accordo nel 2002 che costa all’Italia 247,8 milioni di euro, comprendendo però la conversione del debito maturato dal nostro paese che allora era pari a 149 milioni di dollari; vengono sostenute le piccole e medie imprese ed è stato impostato un servizio informatizzato utile a gestire i flussi migratori regolari.
Con la Tunisia ci sono in piedi accordi per circa 88,5 milioni di euro, riguardanti sostegni alle piccole e medie imprese ed un programma integrato per la valorizzazione delle regioni del Sahara; è già stato concluso un progetto di sei linee di credito, avviato nel 1988 e costato 190 milioni di euro, per finanziare 450 progetti imprenditoriali.
Due iniziative di minore entità, voluti dall’OIM in collaborazione con le comunità di immigrati presenti nel nostro paese e volti a sostenere lo sviluppo socioeconomico dei paesi in oggetto, sono attivi in Ghana e Senegal al costo di 600 mila euro ciascuno.
In quanto membro dell’OIM lo Stato italiano versa, in base ad una legge del 1968, un contributo annuo in media intorno a 1,250 milioni di euro.
Torniamo al nodo più spinoso della questione: i rapporti con la Libia.
A partire dal 2000 essa ha messo in atto un progetto per arrestare e rimpatriare forzatamente gli stranieri irregolari, senza operare alcuna distinzione tra semplici migranti e richiedenti asilo politico; inoltre la Libia non è Stato aderente alla Convenzione sui rifugiati del 1951 e non collabora con l’UNCHR (l’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati).

Tra il 2003 e il 2004 il governo italiano ha affittato cinquanta aerei charter dalla Libia che sono serviti a rimpatriare 5.688 persone: gli accordi che esplicitarono tutto questo, ripeto, non sono mai
pervenuti al Parlamento.
Il patto sottoscritto il 25 agosto 2004 da Berlusconi e Gheddafi prevedeva questo: accoglimento dei clandestini respinti dall’Italia, chiusura e severo controllo della frontiera meridionale con il Niger e l’espulsione dei clandestini giunti in Libia da Sud. Di fronte a sempre maggiori perplessità di alcuni paesi dell’Unione Europea, il governo italiano rispose per Tripoli sostenendo che non sarebbero stati istituiti campi di detenzione nel deserto, e i rimpatri sarebbero stati eseguiti solamente in aereo.
E dire che il colonnello Gheddafi, negli anni dell’embargo quando si autoproclamò leader del continente africano, aveva abolito i visti di ingresso in Libia ed aveva invitato, specie gli abitanti dell’Africa nera, a raggiungere la Libia per lavorare.
Ma, inspiegabilmente o forse no, i camion dei contrabbandieri hanno ripreso a viaggiare verso il deserto: i prezzi per fuggire dalla Libia verso Sud, in un viaggio ai limiti della sopportazione umana, sono velocemente lievitati.
Questo accadeva nel 2004-05, ma ad oggi la situazione non è cambiata più di tanto: all’inizio di marzo il Parlamento libico ha ratificato il Trattato di Amicizia, partenariato e cooperazione firmato da Berlusconi e Gheddafi il 30 agosto 2008.
Con il Trattato l’Italia, a fronte di un pagamento di cinque miliardi di dollari in venti anni, chiede scusa per le ingiustizie commesse durante il periodo coloniale, mentre la Libia ritrova la volontà di fronteggiare l’immigrazione clandestina.
Ma la Libia è un paese in grado di contrastare efficacemente questo fenomeno?
Il paese del colonnello Gheddafi non è un paese di emigrazione, essendo principalmente un territorio di transito per l’immigrazione sub sahariana: Sudan, Ciad e Niger in primis; anche i territori del Corno d’Africa (Etiopia, Eritrea, Somalia e Gibuti) alimentano il flusso migratorio verso la Libia, a causa delle persistenti tensioni militari sul confine etiopico-eritreo e la persistente crisi somala.
Confini mal sorvegliati (quello meridionale nel deserto, ma anche i quasi 1.800 km. di costa mediterranea) e forze dell’ordine conniventi e facilmente corruttibili, ne fanno un luogo appetibile dove rifugiarsi e tentare la fuga.
Proseguendo dunque lungo la linea tracciata dai suoi predecessori, sia di sinistra che di destra, il Ministro dell’Interno Maroni ha sottoscritto il protocollo di attuazione dell’accordo di collaborazione tra i due paesi risalente al dicembre del 2007; l’intesa rappresenta un tentativo di esternalizzare le procedure di detenzione amministrativa e rimpatrio alla luce del sovraffollamento del centro di identificazione ed espulsione di Lampedusa.
L’Italia si pone l’obiettivo di affidare alle autorità libiche il compito di detenere i migranti e di provvedere al rimpatrio direttamente; secondo ciò che viene esplicitato nel Trattato di Bengasi, lo Stato italiano si impegna a dotare le forze dell’ordine libiche di nuove motovedette, equipaggiamenti misti e una rete di controllo satellitare per il monitoraggio delle frontiere di sabbia.
Il 50% dei costi previsti per la costruzione della rete satellitare di controllo è finanziabile da fondi europei stanziabili in materia di lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata, al traffico di stupefacenti e all’immigrazione clandestina.
Resta comunque il fatto che l’Italia, nella legittima lotta all’immigrazione clandestina, continua ad appoggiarsi ad un partner che non rispetta le principali normative per il regime di asilo e protezione umanitaria.
La questione del rispetto dei diritti umani è da affrontarsi con un giusto grado di distacco emotivo: la sola Italia non è in grado di affrontare, al momento, il peso della detenzione e riammissione dei migranti; allo stesso tempo il legame italo-libico, pur mettendo in luce stretti legami economici (estrazione di idrocarburi e gasdotti) e finanziari (partecipazioni bancarie libiche in banche italiane), non è uno strumento grazie al quale l’Italia può ergersi a unico promotore di democrazia e libertà in Libia.
L’Italia dovrebbe iniziare a lavorare attivamente per un intervento delle autorità europee in materia, come invece non sembra, allo stato dei fatti, aver intenzione di fare.

L’Unione Europea vede di buon occhio la cooperazione degli Stati Membri con i paesi di origine e transito: la direttiva 2008/115 si muove proprio in tale direzione e stabilisce standard e procedure comuni per il rimpatrio dei migranti.
Sempre in tal direzione lavora anche Frontex, l’agenzia comunitaria per la gestione delle frontiere, che in questo caso specifico è impegnata in attività di formazione della polizia doganale libica e trasferimento di tecnologie.
Sfruttando la manovra di uscita dall’isolamento internazionale intrapresa da Gheddafi nel 2003 con la pubblica rinuncia alle armi di distruzione di massa e al sostegno politico e finanziario del terrorismo islamico, l’UE, in ovvia concertazione con l’Italia in quanto partner privilegiato, avrebbe i mezzi per tentare di migliorare sensibilmente la situazione sul territorio libico.
Strasburgo e l’ONU sembrano decise a muoversi in tale direzione, Roma non proprio; nonostante lo sdoganamento sul piano internazionale di Gheddafi, in cui il nostro Presidente del Consiglio ha pienamente contribuito, avrebbe dovuto mettere in moto riforme interne necessarie ad un allineamento agli standard comunitari, pare proprio che, per il momento, tutto resti immobile.
Si necessita realismo, e quindi è doveroso affermare che le manovre di miglioramento, se riusciranno ad avviarsi, saranno di lungo periodo e riscuoteranno successo solo se la politica estera di vicinato avrà un impatto positivo nei restanti paesi del Mediterraneo meridionale, Tunisia in primis, e se le condizioni di politica internazionale, un rasserenamento della situazione Medio-orientale, lo permetteranno.
Ci vuole dunque l’impegno di tutti: le istituzioni europee e mondiali ci stanno lanciando segnali di apertura, nonostante noi stiamo facendo di tutto affinché esse si stanchino di sostenere un progetto che potrebbe portare benefici di lungo periodo.
Vediamo di non cedere ad una scontata deriva razzista e ostile, e collaboriamo, che ne abbiamo bisogno tutti.
Da soli non possiamo riuscire.

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