06.2009 – L’opera struggente di un formidabile genio: come nasce un giornale.

Siamo in troppi, sono in troppi. Troppi, troppo simili. Che ci fanno tutti qui? Questo starsene in piedi, seduti, parlare. Non c’è neppure un tavolo da biliardo, delle freccette, niente. Semplicemente un gran cazzeggiare, perdere tempo, bere birra da boccali di vetro spesso.

Ho messo a repentaglio la mia vita per questo?

Urge che accada qualcosa. Qualcosa di grosso.

La conquista di qualcosa, che ne so, di un edificio, una città, un paese.

Dovremmo tutti armarci e conquistare dei piccoli stati. Oppure dovremmo organizzare dei tafferugli. Oppure delle orge. Ecco, ci dovrebbe essere un’orgia. Tutta questa gente. Dovremmo chiudere le porte, abbassare le luci e spogliarci tutti insieme.

Potremmo cominciare noi, e poi via alla grande. Allora si che ne varrebbe la pena, allora si che tutto troverebbe una sua giustificazione.

Potremmo spostare i tavoli, portare dei divani, dei materassi, dei cuscini, degli asciugamani, degli animali di peluche…Ma tutto questo…Tutto questo, che c’è qui e ora, è osceno.

Come possiamo starcene qui a parlare di nulla, invece di correre come un’unica fiumana di gente verso qualcosa, qualcosa di enorme e ribaltarlo?

Perché ci diamo la briga di venire fin qui in così gran numero, se poi non appicchiamo almeno un incendio e non facciamo a pezzi tutto quanto?

Come osiamo starcene qui senza chiudere le porte, sostituire le lampadine a luce bianche con altre rosse, e dare inizio a un’orgia di massa in un gioioso mescolarsi di braccia, gambe e seni? Che spreco. Di cosa potremmo mai parlare?

[…] .

Un giornale. E’ già qualcosa.

Si chiamerà Might, ho avuto un’ epifania.

Perchè siamo giovani e possiamo.

Anche se troppo spesso potremmo e basta.

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