11.2009 – Me ne frego

In questa rubrica siamo abituati a prendere delle parole e a guardarle in controluce per assaggiarne ogni riflesso, e magari esserne accecati. Questo mese partiamo dal grido di battaglia che accompagna molte delle più accese discussioni televisive od ogni contestazione che si rispetti: “Vergogna!”. Ora, io provo una pena e una compassione profonda e sincera tutte le volte che risuona questa parola nell’aria: vergogna. Perché, e lo sappiamo tutti, essa è come l’involucro trasparente lasciato dalla cicala sui tronchi dei pini prima di volare via, un relitto. È uno spreco di fiato chiedere che i responsabili si vergognino delle proprie azioni, non ce n’è. Eppure mi ostino a credere che quando si spazzolano i denti o mentre stanno seduti al cesso a leggere il giornale, bé in fondo in fondo loro, i responsabili, un poco si maledicano. Tuttavia la risposta non arriva, la domanda rimane insoddisfatta, il dialogo interrotto. La violenza nasce quando un interlocutore ignora l’altro. Mi sembra di sentire un predicatore, ma è davvero così. Quando un uomo pubblico ignora le domande che gli vengono rivolte; quando a Pomeriggio Cinque si fa a gara a chi urla di più, e diventa fastidiosissimo il cianciar volgare e gli urlacci di femmine e maschi sotto la faccia profonda di Maria de Filippi, il tutto rigorosamente visibilissimo ai più. Li conosciamo, la ragazzetta o la casalinga o l’annoiato della domenica (cinque) immobili a fissare vacui e divertiti gli energumeni dell’ugola, il sobrio Sgarbi o le varie opinioniste de noantri tra i pubblici in sala. Mi sono adeguato e ho smesso di credere che questa persone si debbano vergognare. Solo perché oggettivamente (relitto n°2) danno il cattivo esempio sputtanando le risorse di un mezzo potentissimo come la tv? Ma i cattivi esempi sono dappertutto, tanto. Già, tanto. La violenza nasce dall’indifferenza dell’interlocutore. Vergogna?

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