11.2009 – Molto rumore…

No, non completerò la frase in modo da ottenere lo stranoto titolo shakespeariano.

In realtà di rumore ce n’è, e se si prende in mano una lente di in gradimento, si possono cogliere sfumature che spesso vengono trascurate, perché nascoste dal surplus di informazioni da cui ogni giorno siamo tartassati, spesso disorientati.

Il caso Mezzadri è esploso come una bomba e ha innescato un meccanismo di polemiche che ha investito il mezzo-Facebook. Un polemica successiva ha visto coinvolto il consigliere provinciale della Lega, Mauro Manfredini, “reo” di essersi iscritto a un gruppo che inneggia alla soppressione di un esponente di centro – sinistra. Dopo avere riferito alla soppressione, nel senso politico del termine, Manfredini ha espresso le proprie scuse. Senza voler entrare nel merito della questione che ha visto coinvolti il giovane esponente del Pd e il consigliere del Carroccio, si può prendere spunto dalle loro vicende, per spostare l’obiettivo su tutte le forme di violenza che percorrono il social-network più bazzicato.

Gruppi che inneggiano alla violenza, al limite del fanatismo. Offese messe in vetrina, che rappresentano un violazione della dignità delle persone.

La violenza non è però esclusiva di Facebook. È noto infatti che questa è presente sul web, in ogni forma, sia verbale, che iconica. Anche la tv, i tg propongono violenza. A questo punto ci si chiede, prendendo come punto di partenza i casi sopra citati ed evitando facili strumentalizzazioni: perché non si estende la condanna anche ai gruppi violenti, creati su FB? Perché dopo tanto rumore per “il caso” esploso, tutto sembra essere rientrato nei ranghi della normalità? Come se spegnere i riflettori avessero portato allo spegnimento automatico di questa violenza. Come se si fosse fatto molto rumore per nulla.

E invece di rumore ce n’è da fare, perché la questione non è esaurita, anzi, va affrontata senza fastidiosi falsi moralismi.

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