12.2009 – Meet me halfway

di donato gagliardi.

Sì, sei tu. Certo che sei tu.Smile - Alina Schroeder
E’ una vita che ti aspetto, che rigiro tra le dita questa foto che ho di te, che provo il nostro primo bacio allo specchio.
La fotografia corrisponde, sei proprio tu.
Sei tornata, finalmente.
O forse è la prima volta che ci vediamo, non ne sono sicuro.
Però sei tu.
Accidenti, se lo sei.
Kim. Adoro il tuo nome
Mi ricordo ancora quando ti ho vista per la prima volta.
Sei entrata in classe con un gruppo di altre ragazze e non notarti era impossibile.
Tu splendevi, le pareti del liceo – plumbee come il cielo eternamente plumbeo di questa città – subivano un restauro istantaneo, quando le irradiavi.
Strizzavi le pupille di tutti i ragazzi presenti con la tua maledetta luce.
Con le mie ti sei spinta oltre, le hai bruciate con un unico sguardo: il primo che ci siamo scambiati nei i corridoi della scuola.
Come potrei dimenticarlo.
Poi sì, è vero, le cose tra noi sono cambiate, è andato tutti in frantumi.
Ma non ho mai smesso di pensarti, di sentirmi per sempre e solo tuo, di sussultare al solo suono del tuo nome, di pensare a quella prima volta in cui i nostri occhi si sono scrutati e io già ti amavo.
Passeggiavamo per le strade di Dublino ed eravamo così belli da rischiare l’arresto.
Eravamo sfacciatamente belli, la nostra bellezza destabilizzava gli avventori dei pub e i passanti in generale; la cosa avrebbe potuto creare disordini a livello pubblico, quindi decidemmo di non vederci più, per un po’.
Ma non hai mai smesso di ingombrare i miei pensieri.
Col tuo sorriso, i tuoi difetti di pronuncia.
Beh sì…sei sempre rimasta lì, dannazione.
Ma il tempo non sempre è galantuomo, anzi spesso non è altro che un invidioso figlio di puttana, specialmente di chi, come noi, è eccessivamente bello.
E quella che doveva essere una breve pausa di prove tecniche per la sintonizzazione di bellezze, si è trasformata in un immane agonia durata anni.
Ma il primo momento in cui ti ho vista rimarrà sempre lì, impresso nella memoria.
Eri davanti ad un distributore di snack e indossavi una maglietta con scritte politiche.
Erano scritte stupide e, davvero, dovevo fartelo notare.
La mia integrità e la mia coerenza politica non potevano assistere ad uno scempio simile.
E poi eri uno schianto.
Non parlavi.
Non parli.
Ma ogni volta che ti guardavo mi sentivo disarmato, scoperto.
Ho dovuto iscrivermi ad un corso di teatro per sentire la tua voce.
E, cazzo, era ancora meglio di quello che mi ero immaginato fino ad allora.
Poi sì, tu non mi volevi, io non ti volevo, forse eravamo paralizzati dalle solite paure adolescenziali, perchè le cose tra noi potessero funzionare.
Però la prima volta che ti ho incontrata è come un immagine indelebile nella mia mente.
Eri sul bordo della piscina.
Prendevi il sole. In costume.
Non ci conoscevamo ancora ed ero già geloso, non potevo sopportare che tutti potessero vederti mezza nuda.
Ascoltavo di nascosto le tue conversazioni e non capivo.
Col tempo ho continuato a non capirti, e non perchè parlassi una lingua diversa dalla mia, semplicemente non intendevo il motivo per cui una come te potesse considerarmi alla sua altezza.
Non riesco ad immaginarmi una Lista dei Difetti riferita a te.
Abbiamo passato due notti su un’amaca.
Mi hai insegnato i nomi delle cose.
Mi hai insegnato a parlare e a camminare. Mi hai portato a cena in cielo.
Con te ho capito che il digital divide non è quella storiella che ci vengono a raccontare sulla differenza d’informatizzazione tra paesi ricchi e poveri.
E’ quel solco insormontabile che si crea tra noi quando cerchiamo di mantenere un amore via chat.
Mi hai abituato a non averti vicina e io ho imparato a convivere con la tua assenza, sono diventato bravo.
Eppure, quando te ne sei andata, la distanza non aveva più dimensioni umane.
Erano distanze irrecuperabili, di pensiero, e io ero su un asteroide diretto verso chissà quali profondità astrali.

Ma adesso sei tornata e, cazzo, sei proprio tu.
Sei quella giusta. Sei quella che mi fa uscire di testa al punto da farmi citare i Black Eyed Peas, quando devo decidere i titoli dei miei articoli.
E sei qui.
Prendimi per mano, Kimera, e torniamo a casa.

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