01.2010-Quando il selavaggio e l’apocalittico diventano la voce dell’io

Ambiente, Natura e Spazialità sono oggigiorno diventati termini complessi da spiegare e da circoscrivere, poiché sono ricchi di sovrastrutture e deformazioni culturali.
Sarebbe difficoltoso rispondere alla domanda: “Cos’è la Natura?”, dato che il nostro sguardo è pre-orientato da ciò che abbiamo introiettato nel vivere sociale e civile. Questo determina un certo grado di soggettività nel momento in cui si tendono a trasformare i fatti di natura in fatti di cultura e viceversa. C’è quindi, spesso, un’intrinseca tendenza a leggere il proprio stile di vita come parte integrante dell’ordine naturale, quando invece, la naturalità si trova a livelli minimi ed è spesso velata da costruzioni altre. Perciò, in base a queste considerazioni, nulla sembra più poter essere  definito come selvaggio o incontaminato.
Discostandosi però da tali argomentazioni antropologiche, il cinema si è in molti casi misurato con vicende che mettono in luce questo rapporto/confronto con la Natura nelle sue forme che paiono più pure e immacolate. Infatti nel film del 2007  Into the Wild – nelle terre selvagge e nel film del 1979 Apocalipse now, viene messa in chiara luce, con modalità opposte, questa dialettica sempre presente nella storia dell’uomo.
Nel racconto on the road e biografico di Christopher McCandless, narrato nel primo dei due film citati, la Natura diventa come una presenza che si personifica in un’alterità infinita, incontaminata, che ci sovrasta, ma con la quale è possibile stabilire un dialogo lungo il cammino reale e psicologico che il protagonista compie durante il suo viaggio verso l’Alaska.
Si percepisce come un senso religioso di ordine, che si manifesta nell’armonia dell’immenso selvaggio. Il timore di quello che è considerato diverso, diventa incontro finalizzato alla saggezza e alla definizione di un sé che si chiarisce nel contatto e nella condivisione con la natura e le sue creature.
Al contrario, lo scenario vietnamita del film Apocalipse Now, ci mostra un rapporto dicotomico, sporco, tetro e ostile con un ambiente impervio e barbaro. L’addentrarsi in questa Natura diventa la metafora simbolica della discesa nell’ Io ancestrale, violento e amorale. Viene così posta una distanza dal convivere sociale  e ci si avvicina ad una solitudine angosciante e quasi primordiale.
L’uomo di fronte alla libertà assoluta, all’assenza di regole civili e socialmente organizzate viene sopraffatto da una volontà di potenza paragonabile a quella nietzscheana e dal desiderio di sostituirsi a Dio. In questo modo si svelano l’orrore profondo e il proprio cuore di tenebra, sempre presenti nonostante la convinzione dell’uomo occidentale di essere in assoluto moralizzato e giuridicizzato.
Difficile quindi stabilire il reale rapporto che esiste tra Natura e Cultura, ma rimarrà per sempre un terreno fertile per il confronto e lo scambio tra civiltà che, anche se sono lontane nelle convinzioni, saranno comunque accomunate dalla continua ricerca di risposte.

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