01.2010 – I dolori del giovane Obama.

di donato gagliardi.

Come è già stato detto, forse il più grosso ostacolo col quale Obama, in questo anno e poco più di governo, ha avuto a che fare è riassumibile in un’unica parola: Copenhagen.
Lì, ad ottobre, incassò un brutto colpo – quantomeno a livello di immagine – quando non riuscì ad ottenere le Olimpiadi 2016 per la sua amata Chicago. E, sempre nella città scandinava, venerdì 18 dicembre ha pronunciato quello che è stato il suo discorso più deludente, dal giorno dell’insediamento alla Casa Bianca.
Usare perifrasi per definire l’esito del meeting sul clima, o dilungarsi in approfondite analisi politiche, serve a poco. La verità, purtroppo, è che il risultato finale, di cui il discorso di Obama è l’emblema, è stato i dolori del giovane obamadisastroso.
Mentre l’Onu ci informa che, per raggiungere dei valori di ppm (parti per milione)  di CO2 nell’atmosfera compatibili con l’obiettivo dei “soli” 2 gradi centigradi medi di aumento di temperatura globale, sarà necessaria una diminuzione del 30 – 40% delle emissioni entro il 2020 (e mentre i governi delle isole caraibiche, del Pacifico asiatico e delle nazioni centroafricane implorano di abbassare tale limite a 1,5 gradi, giacchè i 2 gradi medi globali corrisponderebbero a 3 gradi medi locali), quello che a Copenhagen si è riuscito ad ottenere è ben poco.
Nessun impegno scritto, nessun protocollo firmato, nessun metodo di verifica della diminuzione delle emissioni unanimemente accettato.
Solo miserrimi accordi sullo stop alla deforestazione selvaggia e una bozza riguardante eventuali finanziamenti ai paesi più deboli per sviluppare tecnologie verdi.
In realtà, Obama ha fatto ciò che ha potuto: deponendo le armi dell’oratoria à la “sky is the limit”, si è dovuto arrangiare col pragmatismo delle grandi nazioni in via di sviluppo (Cina, India e Brasile), per cui una diminuzione tale delle emissioni comporterebbe disastrosi rallentamenti alla crescita economica.
In una canzone assai di moda questo autunno, un rapper nostrano ripeteva: “non puoi dire alla Cina che ora la festa è finita, dopo che ci siamo mangiati il mondo, ogni materia prima”.
Effettivamente, il punto di vista espresso da quel buzzurro (che chi scrive comunque apprezza) è piuttosto comprensibile.
Nel 2006, le emissioni procapite (in tonnellate annue) per un cinese erano pari a 5,6, per un indiano a  1,8, a confronto di valori pari al 23,9  per gli americani e al 10,9  per gli europei.
Sarebbe quindi impensabile pretendere da questi paesi una riduzione delle emissioni totali, senza che la parte industrializzata del mondo fornisca loro alcun tipo di sostegno o garanzia a livello economico.
E’ invece assai più auspicabile che il presidente americano riesca a liberarsi dalla stretta mortale della lobby petrolifera neocon del Congresso (che tiene in ostaggio non solo lui, ma anche il resto del mondo) per riuscire a dare una vera e propria impronta verde all’industria americana e per riuscire ad agevolare fondi – cospicui e immediati – ai paesi più poveri per fare altrettanto.
Insomma, la strada per salvare il pianeta e noi stessi è ancora lunga e in salita, e il tempo per riuscirci sempre meno.
Un primo passo potrebbe essere quello di smettere una volta per tutte di dare credito alle teorie “negazioniste” di chi dice che il problema climatico non è reale, e pure alle campane della fiducia acefala delle anime belle, che ci ripeteranno fino allo sfinimento che la svolta verde dell’economia globale sarà indolore.
Non lo sarà. Richiederà sacrifici, spese economiche.
Richiederà decresita energetica a partire dal nostro quotidiano.
Dovremo impegnarci ad eliminare il superfluo, a familiarizzare con comportamenti civili quali la costante separazione dei rifiuti, il risparmio severo dell’acqua, l’uso di mezzi di trasporto più puliti, anche se più scomodi.
Perchè è vero che la Terra non la si eredita dai propri genitori, ma la si prende in prestito dai propri figli. E il fatto che di questo i nostri genitori non si siano curati, non ci legittima a fare altrettanto.

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