01.2010 – La visione romantica di William Turner sulla natura

In principio Dio creò la terra e il cielo. Nel 1775, in Inghilterra (a Londra), nasceva l’artista che più di ogni altro sarebbe stato capace di rappresentarli su tela: William Turner.

Figlio di un barbiere fabbricante di parrucche, già a 10 anni Turner comincia a manifestare un certo talento artistico. Ad accorgersene è proprio suo padre, che, orgoglioso, espone i disegni dell’amato figliolo nel suo negozio (non male come prima galleria espositiva). A soli 14 anni di età viene ammesso alla Royal Academy of Arts: Joshua Reynolds in persona è nella commissione che decide di ammetterlo.

Forse il più romantico tra i romantici, non solo per i temi prescelti (il paesaggio, la condizione di dell’uomo di fronte alla natura), ma anche e soprattutto per la modalità innovativa con cui sceglie di rappresentare tali temi. Non a caso, è l’unico artista che, secondo il celebre critico d’arte inglese John Ruskin, sarebbe capace di “rappresentare gli umori della natura in modo emozionante e sincero”.

E proprio la natura, nella sua fenomenologia più vivace, è al centro della ricerca di Turner. Non più  la natura materna e rassicurante dei grandi classici della pittura, ma una natura spaventosa, imprevedibile, violenta, animata, selvaggia. Non a caso i temi ricorrenti sono naufragi, incendi, le catastrofi naturali e i fenomeni atmosferici, come la tempesta.

Il lato più aneddotico vuole che Turner amasse prima presenziare gli eventi rappresentati, per meglio trasporli su tela: a tal scopo si sarebbe fatto legare all’albero maestro di una nave in tempesta, per provare in prima persona la drammatica esperienza. Artista eccentrico o scriteriato? A noi quel che interessa è che, senza ombra di dubbio, il suo personale procedere nell’indagine artistica lo porta all’elaborazione dell’innovazione: la trasfigurazione del dato reale è presto realizzata; si apre la strada alla visione lirica e personale dell’artista. Se le primissime opere si pongono in perfetta continuità con la tradizione paesaggistica inglese, ben presto l’attenzione al dettaglio svanisce, nella ricerca di un modo di esprimere la “spiritualità del mondo” e il potere distruttivo della natura, piuttosto che una semplice declinazione artistica dei fenomeni osservati.

 

In tutto questo, l’essere umano non è assente, anzi. A più riprese Turner immette la figura umana nei suoi dipinti; questo non solo per mostrare il suo amore per l’umanità (è pur sempre un romantico), ma anche e soprattutto per evidenziare la sua vulnerabilità e la sua volgarità al confronto con la suprema natura del mondo: una natura che ispira soggezione, una natura che l’uomo non può essere capace di dominare.

E allora, a questo punto della storia, la riflessione è scontata: cosa ne è stata di tale, e a nostro parere sana soggezione nel nostro rapporto con la natura? Ci siamo forse dimenticati del rispetto dovuto alla terra, nell’illusione umana di onnipotenza a cui ci ha portato l’evoluzione tecnologica?

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