01.2010 – La ricostruzione neoplastica della Russia secondo Malevich, Tatlin e Rodcenko

La ricostruzione neoplastica della Russia secondo Malevich, Tatlin e Rodcenko

 

 

Se torniamo indietro nel tempo e andiamo in Russia, negli anni pre e post-rivoluzionari, quel che troviamo è un eccezionale concorso di persone e di idee, che si trovano di fatto a collaborare gomito a gomito, in un intenso clima comunitario non privo però di attriti e rivalità. Il clima è fecondo, e gli artisti, seppur con presupposti e mezzi diversi, si trovano a lavorare intensamente a quello che sembra, col senno di poi, essere un intenso lavoro di concretizzazione degli ideali e delle utopie rivoluzionarie.

Fra queste persone domina Kazimir Malevich, che, in un percorso di semplificazione e regressione verso le forme arcaiche, si dà all’impresa ricostruttiva che impegnava anche i cubisti negli stessi anni. Quello che lo contraddistingue però dai colleghi cubisti è l’elementarità delle forme, che viene rivestita da una specie di carrozzeria metallica fiammante, pronta a riflettere la luce lungo la curvatura delle superfici: quello che lo interessa è il rapporto tra il principio artificiale e alienante della macchina e quello naturale di un mondo di povere immagini contadine, che lo porta a realizzare le curiose sovrapposizioni che contraddistinguono il suo stile. Nella sua ultima tappa verso la regressione, tra il 1914 e il 1915, elimina ogni residuo di dettagli aneddotici e fa subentrare al loro posto un purissimo e minimale repertorio di sagome rettangolari. E’ ufficiale: l’astrazione è finita, al suo posto è fondata la concretezza radicale, nel segno del rigore geometrico, che di li a poco saprà compiere anche Mondrian. La parola d’ordine dell’artista è infatti che non bisogna imitare la natura, ma fare come lei,di diventare produttori in proprio. Tipici di questa fase sono i quadrati: il suo quadrato nero fu definito l’”icona del XX secolo, in quanto omaggio alla forza del fattore economico, della fabbrica e dell’industria.

Il collega rivale più rappresentativo di Malevich è sicuramente Vladimir Tatlin. Rivale perché, passando anche lui sotto l’influsso inevitabile del cubismo, non approda a una fase “sintetica”, ed è l’unico dei suoi colleghi russi ad abbandonare la superficie per affrontare con libertà lo spazio reale. Effettivamente Tatlin è un perfetto esponente del “dopo rivoluzione”, proprio perché i tempi sono maturi per passare dalla progettazione alla realizzazione. C’è tutta la Russia da ricostruire, e dunque il neoplastico e la concretezza tridimensionale può prendere corpo: il Monumento per la III Internazionale è l’intervento più rappresentativo di questa intenzione, anche se rimane allo stato di progetto, forse per la carica utopica che lo ispira.

In Rodcenko invece troviamo un compromesso tra i poli Malevich-Tatlin. Compromesso perché insegue la concretezza come Tatlin, ma non arrivando mai a spingerla alle estreme conseguenze della terza dimensione: Rodcenko  infatti prosegue dilettandosi coi fotomontaggi e con un’intensa attività grafica di impaginatore di manifesti propagandistici e pubblicitari, in accordo con una visione a favore di un’arte utile e applicata che sarà centrale per la Bauhaus. Ma questa è un’altra storia.

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