02.2010 – Intervista ad Alberto Burgio.

Essere Comunisti: Idee sui giovani, sull’Università e sulle sfide della modernità. Intervista ad Alberto Burgio, filosofo e politico.

Alberto Burgio è attualmente direttore del Dipartimento di Filosofia dell’Università di Bologna, dove dal 1993 insegna Storia della Filosofia. Iscritto al P.R.C. è stato eletto alla Camera dei Deputati nel 2006 e nel 2009 è stato candidato alle elezioni europee nella lista anticapitalista PRC-PdCI nella circoscrizione Nord-Est.

Professore, attualmente lei è direttore del Dipartimento di Filosofia dell’Università di Bologna.  Anche lei, come qualche tempo fa ha fatto Pier Luigi Celli dalle pagine di “Repubblica”, consiglierebbe ai più giovani di rassegnarsi all’idea di dover necessariamente andare all’estero per fare ricerca?

«Io non direi mai a mio figlio, né ai giovani in generale, di andarsene all’estero. Per una ragione morale: credo che si debba combattere. Combattevano i nostri nonni contro il fascismo e non andavano via, figuriamoci se si deve andar via adesso. Comprendo però il senso delle parole di Celli, la sua era una provocazione per dire a che punto siamo arrivati, e da questo punto di vista la condivido. Io non credo si possa comprendere la situazione italiana fermandosi ad un punto di vista localistico, e senza tener conto del trend di affermazione del neoliberismo a livello globale. Ma all’interno di questo processo vi sono delle varianti nazionali: per quel che riguarda la situazione dei giovani in Italia, la variante è assolutamente peggiorativa rispetto alla media dei paesi avanzati. Noi siamo in un paese gerontocratico, con una propensione fortissima alla chiusura delle cerchie dominanti, dei cosiddetti “insider”. Quella Italiana è una società chiusa e immobile, ma se guardiamo ai grandi numeri però anche gli Stati Uniti possono permettersi l’inclusione solo di piccolissime percentuali di persone provenienti dai ceti mediobassi: non sono più quella società dinamica che era fino agli inizi del Novecento e nell’immediato dopoguerra. Quella Italiana è una società assolutamente immobile e con una maggiore arretratezza rispetto a quella americana. Che per i giovani sia difficilissimo muoversi in questo contesto risulta evidente se guardiamo alle biografie individuali. Ci sono ragazzi che hanno studiato, che hanno fatto corsi di perfezionamento post-laurea, che si sono qualificati e specializzati, ma che poi trovano occupazioni assolutamente mortificanti per le loro aspettative e per le loro competenze. Il problema è quello di uno spreco enorme: la nostra è una società che sta cancellando insieme alla felicità di molti giovani, le proprie stesse potenzialità di sviluppo.»

Come valuta gli ultimi interventi operati dal Ministro Gelmini sull’Università?

« La riforma progettata dal Governo conferma un’impostazione oligarchica e di tipo castale, contraria all’idea di Università universalistica. Con la scusa del merito in realtà stanno frammentando il sistema universitario nazionale, istituzionalizzando l’idea che esistano università di serie “a” e di serie “b”. Per il Governo le Università “buone” sono quelle che non spendono molto per il personale, ma riducendo i trasferimenti le costringe a utilizzare quote sempre maggiori del proprio fondo di funzionamento per pagare i propri dipendenti, innescando così una spirale da cui è impossibile uscire. Oltre alla frantumazione del sistema universitario nazionale si sta operando un processo di conclamata privatizzazione. Prima con la Legge 133 c’era stata l’idea delle Fondazioni, ora si prevede l’istituzione di Consigli di Amministrazione che saranno l’unico vero organo di governo delle Università e che dovranno essere composti per almeno il 40 % da soggetti esterni. Si tratta di una riforma scritta sotto dettatura di soggetti privati forti come la Confindustria e la Compagnia delle Opere, interessati a mettere le mani sul mondo della formazione per diverse ragioni. Confindustria punta ad avere un interlocutore scientifico per la propria attività industriale; la Compagnia delle Opere invece è interessata all’indottrinamento e all’egemonia ideologica. Si sta andando verso il tramonto dell’ipotesi di formazione culturale di tutta la cittadinanza, verso la fine dell’idea che la cultura, la conoscenza, lo sviluppo umano e la realizzazione di sé siano un diritto di ciascuno di noi»

Quel che è accaduto di recente a Rosarno è il segno di una profonda tensione che si sta diffondendo all’interno della società italiana. Assistiamo ad un clima crescente d’intolleranza e all’affermarsi di forze politiche che spesso esprimono posizioni razziste sui problemi collegati all’immigrazione. Quali sono secondo lei le azioni politiche necessarie per invertire questa tendenza?

«Nel giro di dieci anni l’Italia, un paese che non aveva praticamente conosciuto immigrazione, diventa un paese ad immigrazione di massa. Un cambiamento così rapido non può non generare contraccolpi, ma questi sono tanto più dirompenti se ci sono forze politiche che speculano sui timori e sulle paure della cittadinanza, cavalcandole per ottenere consenso. I media e le forze politiche, in un gioco di squadra perverso, sistematicamente rappresentano una realtà inesistente, visto che non c’è una differenza statistica di incidenza della criminalità e dell’illegalità. Per non parlare del fatto che gli effetti sociali della criminalità italiana sono certamente peggiori: la mafia, la camorra e la grande criminalità dei colletti bianchi non sono certo composte da romeni o da senegalesi. Se paragoniamo il clima in cui oggi viviamo con quello che va dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta, possiamo certamente pensare che l’intolleranza sia un fenomeno in crescita. Ma se consideriamo il lungo periodo, sullo sfondo della modernità avanzata tra Otto e Novecento, dobbiamo riconoscere che l’intolleranza, il razzismo e la xenofobia sono vettori costitutivi della modernità. Bisogna rendersi conto che non abbiamo a che fare con un fenomeno contingente. Esiste un vettore di lungo periodo che fa si che i problemi sociali siano tradotti in chiave naturalizzante ed essenzialistica: l’avversario, il nemico o il problema vengono letti come “ciò che essenzialmente è inferiore per natura”, e su cui quindi è lecito usare violenza. La nostra civiltà si sviluppa all’insegna del principio di eguaglianza, ma contemporaneamente in essa persiste la necessità di introdurre gerarchie e differenze nei trattamenti: da questa contraddizione nasce il razzismo, che la risolve escludendo dalla comunità degli eguali coloro i quali, di volta in volta, vengono classificati come inferiori. Se ne uscirà soltanto con una rivoluzione culturale, arrivando ad una forma di costruzione della diversità partecipata e democratica, e quindi davvero compatibile con il principio di eguaglianza. Dal punto di vista delle soluzioni politiche occorre senz’altro impedire e contrastare gli imprenditori politici del razzismo, penso naturalmente alla Lega Nord e alle formazioni neofasciste. Non si parla più di razze, ma di etnie, non di culture ma di tradizioni: la sostanza è sempre quella. Si sono prodotte argomentazioni tali da abbattere l’idea che certi comportamenti discriminatori non siano comunque accettabili. Infine su tutto questo pesa la crisi. È certamente più facile avere una propensione all’ascolto se si hanno garanzie e certezze sul proprio futuro, mentre lo è sempre meno nell’incertezza in cui viviamo».

*Per chi volesse approfondire questi ed altri temi si consiglia la lettura di Alberto Burgio, Senza democrazia. Un’analisi della crisi, Ed. DeriveApprodi, Roma, 2009.

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