02.2010 – Pliis, uòt das “comunismo” miin?

di Raffaella Grasso

Se da “omnia sunt communia” alla guerra dei contadini in Germania la storia fosse costellata di continue anticipazioni del “comunismo” ne avremmo perso ogni nozione. Certo ci sono intuizioni morali comuni, ma non possiamo rinunciare a criteri di identità più forti. Altrimenti è la notte in cui tutte le vacche sono nere e con ciò abbiamo smesso di ragionare.

Marx si occupava di teoria economica e politica, aveva riferimenti culturali precisi e bersagli polemici ancor più netti, il capitale e quel che considerava il suo luogotenente politico, lo stato liberale. Da qui parte l’avventura comunista che si propaga dalle Internazionali alla rivoluzione leninista, alla guerra partigiana, al partito comunista italiano, e ancora giù in giro per tutto il ‘900.

Lo sa bene chi oggi ne fa una pregiudiziale per l’unione, chi sostiene che un contenitore di “sinistra” e basta sia troppo vago. Salvo poi definire le proprie posizioni in termini di centralità del lavoro, lotta al precariato, attenzione alle nuove forme di predominio praticate in nome del mercato. Tralasciando al momento le questioni tecniche, non meno insidiose, e andando all’osso, tanto basta a rendere una proposta “comunista”? Per rispondere alla domanda non è sufficiente rifarsi alla storia, al fatto che tali richieste in Italia sono state articolate da un partito che guarda caso si chiamava a quel modo. Le rivendicazioni in questione sono tutt’al più riconducibili alla matrice socialista, genericamente “di sinistra” a cui il comunismo non ha mai voluto essere ridotto, tanto all’epoca del vecchio pci, quanto oggi nella versione “rifondata”. Il punto è che parte dell’identità comunista passa per l’idea che un’alternativa al “sistema”, politico ed economico (e qui si fa non poca confusione tra liberalismo in quanto teoria dello stato e libero mercato) sia non soltanto possibile ma necessaria. Una meta evocata, messa in circolo attraverso parole-chiave, “anticapitalismo”, “rivoluzione”, ma mai definita, se non dagli esempi aberranti dei regimi totalitari. Il problema non è nuovo, riguarda il nucleo stesso della teoria marxista, insostituibile strumento critico per l’analisi dei meccanismi economici e sociali. Lacunosa però nell’elaborazione di una pars construens, di una forma di organizzazione collettiva sensibile al conflitto tra pubblico e privato, dotata di un sistema di vincoli e garanzie che regga il confronto col modello liberale. Da questo punto di vista le derive totalitaristiche non sono corpi estranei partoriti dal caso, ma metastasi sviluppatesi all’interno di una teoria monca. Non è tutta colpa del buon vecchio Marx, sia chiaro, quanto piuttosto di quelli che, contro il suo spirito, ne hanno letto l’opera come fosse la Bibbia. In ogni caso la tensione non risolta tra lealtà istituzionale e aspirazioni rivoluzionarie segna l’intera vicenda del comunismo italiano.

Un contributo marxista alla vita democratica è possibile solo uscendo dall’impasse, il che di fatto traghetta il comunismo verso posizioni socialiste, riformiste per quanto radicali. Per l’intuizione del fenomeno non c’è bisogno di santificare Craxi. Sono tutte cose che Bobbio, un attento lettore di Marx, scrive già nel ’55, che si trovano nelle pagine di un marxista eterodosso come Preti. Se all’epoca le resistenze ideologiche erano in parte giustificate da una situazione storica oggettivamente complicata oggi la disputa sul comunismo si trascina in maniera anacronistica. Il comunismo non può proporsi come una vera e propria alternativa al sistema (qualsiasi cosa si intenda con questa espressione), dal momento che non ne ha elaborato alcuna praticabile, ma non può rinunciare all’idea senza trasformarsi in qualcos’altro, senza perdere il suo contenuto “stretto”. Insomma un cul de sac a confronto del quale la vaghezza semantica di categorie come “sinistra” non è poi un gran difetto.

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