02.2010 – Progresso

Non si parli di niente a cuor troppo leggero. Non si parli di comunismo né di soldi senza poi faticarsi ad accettare quel che sono, dove sono. Viviamo al presente un momento magico, la fine della storia. Niente di millenaristico, tranquilli. Ci siamo già. Il presente sta solo assestando il suo bel corpo dopo le faticose scalate del progresso. Sì, il progresso, quello dei soldi, delle automobili, del cemento e degli affaracci sporchi licenziati con il sorriso vuoto dei funzionari superficiali. Quello del tutto in plastica e del benessere per tutti. Progresso è una bella parola, se ci pensiamo. È il raggiungimento di uno stato di cose migliore di quello in cui ci troviamo. Rimane tuttavia molto difficile stabilire se il progresso c’è stato. Certo le ricadute dell’industrializzazione sono irrilevanti di fronte all’evidente benessere raggiunto. Nel giro di due generazioni siamo stati proiettati nel lusso, grazie alle Fabbriche. Ma ora è finita, e tocca ad altri godere della bacchetta magica del salariato. Non bastasse, qualcuno inizia ad intravedere il vizio dietro alle lodi riservate alla storia del nostro progresso. È presuntuoso credere che, quanti, quarant’anni? di benessere industrial-consumistico giustifichino la rivendicazione dello stesso meccanismo economico come via più efficace (non si dice mai l’unica) al benessere. Cos’è stato questo felice dopoguerra di sudore e capitale per molti, di fronte ad un presente a rischio collasso? Nonostante ciò, il Partito continua testardo. Il Partito del Progresso, s’intende. Non capisce che alla fine della storia il soldo è finito. In Valsusa ha dato fuoco a due presidî messi in piedi dalla gente che non vuole la famigerata Tav. La forza della Torino-Lione sta nella sua capacità di cementare le cooperative e i furbetti nella stessa Grande Opera. Quarantamila cittadini della Valsusa chiedono perché gli italiani debbano spendere 60,7 milioni di euro a chilometro (contro i 9,3 del Giappone, i 10,2 della Francia e i 9,8 della Spagna, fonte: Ivan Cicconi) per rilanciare una linea attualmente utilizzata per un terzo della sua capacità. Gramsci diceva che <<il pensiero rivoluzionario nega il tempo come fattore di progresso>>. Sarà una rivoluzione al meglio: squattrinata.

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