02.2010 – Il partigiano Orazio

intervista di

Pierpaolo Salino e Giacomo Vincenzi

Orazio ha 92 anni e una voglia matta di parlare di resistenza. Orazio però ci stupisce e fa di meglio: dopo le prime scaramucce in cui si sentono ancora i fischi dei moschetti del ’43, gli diciamo che il tema del prossimo numero di MUMBLE: è il comunismo. Allora lui ci guarda con occhi vividi e senza esitare, in spiccio dialetto modenese, ci dice: “Ah, mì, a son comunista”. Ché la guerra, qua in Italia, la Resistenza, l’hanno fatta loro, i comunisti.

Glielo concediamo, ben consci che in Emilia, di gran brigate cattoliche non ce ne dovevano essere.

Glielo chiediamo, oggi, che senso ha essere comunista. Lui non indietreggia e tiene la linea. “Mì, a son comunista”. Già. E questo PD, com’è invece? “La differenza tra destra e sinistra è che noi abbiamo i dirigenti migliori, onesti”, e aggiunge “D’Alema l’è propria brev.” Ci lanciamo un’occhiata, ne ha infilata una peggio dell’altra Orazio. Anzi, Orazio, che ha liberato l’Italia, non ha fatto proprio nulla di sbagliato: è Massimo, che l’Italia se l’è trovata già bella che liberata come tutti noi, che da un certo punto in poi ne ha infilata una peggio dell’altra.

Il ragionamento più acuto Orazio ce lo regala ora, quando inizia a parlare di istruzione e cultura. “Una volta, quando ero giovane io” e piega un po’ la testa, quasi a scusarsi per il cliché “A scuola ci andavano chi aveva i soldi, i figli dei ricchi. Erano pochi e c’era molta ignoranza”. Un’ ignoranza di classe, parafrasiamo. Intesa come classe sociale: a scuola chi se lo può permettere, gli altri a lavorare. Nessuna possibilità, nessun compromesso: i soldi servivano e non ce n’erano. “Adesso, vanno tutti a scuola, ma se chiedo al bar chi è il Presidente della Repubblica non mi sanno rispondere. Se invece chiedo chi gioca nel Modena mi sanno dire tutti i giocatori, con anche le riserve.” Oggi, l’ignoranza esiste. Si pensava che garantire il diritto/dovere all’istruzione potesse risolvere il problema. Ma non è stato così. “Oggi c’è l’ignoranza culturale” ci parafrasa. L’ignoranza che viene dalla televisione, mezzo di comunicazione di massa che di cultura ne comunica ben poca e che viene dal sistema scolastico stesso, che dalle scuole elementari fino alle università, viene riformato con cadenza annuale, incapace di trovare un proprio metodo didattico.

Orazio ci fissa e allarga le spalle. Come a dire “Bagaet, mì la guera l’ho fata, e vu altar, sa vliv fer?

Ci guardiamo, lo ringraziamo e ce ne andiamo. Perché alla domanda del partigiano Orazio, noi generazione del duemila, non sappiamo rispondere.

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