03.2010 – I Santi dall’Inferno al Paradiso

 

Miami, 8 febbraio 2010. Chi vuol parlare di miracolo lo faccia pure. New Orleans è risorta.

Dopo 5 lunghissimi anni dalle devastazioni dell’uragano Katrina, un’intera città si rialza e trionfa nella notte più importante e magica dell’anno: i New Orleans Saints rimontano Indianapolis e conquistano il Super Bowl XLIV.

New Orleans era arrivata alla prima finalissima della sua storia nettamente sfavorita secondo tutti i pronostici. In 43 anni, infatti, aveva collezionato soltanto disastri (qualche stagione fa i suoi supporters si erano addirittura presentati agli incontri con i volti coperti da sacchetti per la vergogna), guadagnandosi il nomignolo di Aints: quelli che, per un motivo o per l’altro, a vincere davvero non ce la fanno.

Le prime battute del match sembravano confermare la maledizione: primo quarto regalato ai Colts, New Orleans in svantaggio 10-0 sotto i colpi di Peyton Manning, autentica star della NFL, nato e cresciuto proprio nella città del jazz, dove suo padre fu quarterback icona negli anni ’70.

Quando si dice ironia della sorte.

Nel secondo periodo i Saints reagiscono e si fanno sotto grazie a due field goal del kicker Garret Hartley, ma è all’inizio del terzo quarto che prende forma l’ennesima favola a stelle e strisce: coach Payton, con un colpo di genio mescolato a follia, ordina un onside-kick (kickoff volontariamente indirizzato verso un lato del campo, invece che in profondità, per cercare la riconquista immediata del pallone), che sorprende completamente Indianapolis, l’ovale torna nelle mani del quarterback Brees che manda in touch down Thomas per il sorpasso Saints, 13-10.

Dopo la scontata reazione dei Colts, seguita da numerosi errori commessi dal team di Indianapolis, ci pensa Porter a chiudere il match, intercettando il lancio di Manning e sigillando il punteggio sul 31-17 per i Saints.

Gran merito dell’impresa va al quarterback di New Orleans Drew Brees, Mvp della supersfida, autore di 32 passaggi vincenti su 39, per un totale di 288 yard (nuovo primato del Super Bowl). “Abbiamo solo creduto in noi stessi. Sapevamo di avere la spinta di un’intera città, forse di tutto il paese. Sapevamo che sarebbe accaduto. Era destino, New Orleans è tornata” ha dichiarato in lacrime a fine partita, stringendo fra le mani il Vince Lombardi Trophy. Proprio lui, arrivato nel 2005 da San Diego, subito dopo che New Orleans era affondata sotto le ondate di Katrina, aveva evidenziato responsabilità e forte attaccamento alla città, istituendo una fondazione per finanziarne la ricostruzione. Brees, adesso, per tutti è diventato Bresus e ha compiuto il suo miracolo, portando i Santi dall’Inferno al Paradiso.

Per concludere, mi preme sottolineare la presenza in campo durante la finale di due giocatori (Pierre Garcon dei Colts e Jonathan Vilma dei Saints) che trovano le proprie origini ad Haiti, paese che sta vivendo un dramma simile a quello che ha colpito New Orleans, ma dagli effetti ancora più catastrofici: si parla di oltre 3 milioni di persone coinvolte dal sisma, per un totale di oltre 222mila vittime (fonte: Croce Rossa Internazionale).

Davanti a tragedie di questa portata non c’è spazio per Dio, destino, fato o chicchessia. Niente ha più senso. Ogni appiglio, materiale o immateriale, fisico o metafisico, svanisce e si sgretola. L’unica speranza che sopravvive è riposta in quanto di più divino e, al tempo stesso, terreno vi sia al mondo: la solidarietà degli uomini. Non dimentichiamoci di loro, con l’augurio che il miracolo di New Orleans (sportivo, s’intenda, ma pur sempre miracolo) possa essere di buon auspicio.

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