03.2010 – Morale dentro

“Io non avevo chiesto di nascere, mamma. Nessuno lo chiede. Laggiù nel nulla non v’è volontà. Non v’è scelta. V’è il nulla. Quando avviene lo strappo e ci accorgiamo di incominciare, non ci chiediamo nemmeno chi l’ha voluto e se ciò sia bene o male. Semplicemente, accettiamo e poi aspettiamo di scoprire se ci piaccia aver accettato. Scoprii fin troppo presto che mi piaceva. Sia pure attraverso i tuoi timori, le tue esitazioni, eri stata così brava a convincermi che nascere è bello e scappare dal nulla è una gioia”( Oriana Fallaci – Lettera a un bambino mai nato ).
Queste parole, così cariche di verità e crudezza, sono convinta che costituiscano un buon esempio per esprimere quello che può essere un inno alla vita, che in se stesso contiene anche l’intrinseco diritto di poterla vivere fino in fondo, seguendo la personale volontà morale.
Ognuno di noi possiede solo il proprio esistere, credo sia l’unica cosa che ci appartenga veramente.
In quanto non ci è data la possibilità di scegliere quando e se venire al modo, almeno che ci sia lasciata la libertà nel valutare quale possa essere il proprio metro di giudizio applicabile all’espressione “vivere con dignità”, in conformità alla propria singolarità individuale.
Il protagonista del film di Alejandro Amenàbar, Mare dentro, penso sarebbe stato d’accordo. Infatti affermava che: “una vita che elimina la libertà non è vita”.
La pellicola narra la storia vera di Ramòn Sampedro, un marinaio galiziano che, a causa di un tuffo mal calcolato, rimase  tetraplegico.
Per 28 anni tentò di rivendicare il proprio diritto all’eutanasia, senza però riuscirvi. Fu così obbligato a farlo di nascosto, come un criminale, esausto per l’indifferenza delle istituzioni che non avevano saputo ascoltare la sua richiesta di poter almeno scegliere una morte dignitosa, visto che la sua vita non aveva più potuto essere tale.
Secondo la sua volontà, il momento della sua morte venne filmato. Negli istanti prima di morire, in un monologo tanto doloroso quanto efficace, espresse i motivi della sua scelta e liberò da qualsiasi possibile imputazione di colpa le “mani amiche” che lo avevano aiutato. Infatti ognuna di esse gli aveva somministrato una dose non mortale di cianuro che, solamente nella loro somma, aveva costituito la quantità sufficiente per dargli la morte da lui tanto agognata.
La pellicola di Amenabàr ha una composizione perfetta, un equilibrio armonico che sembra seguire  le stesse note della sua colonna sonora, “Nessun dorma”dalla Turandot di Puccini.
Credo rappresenti tutto quello che dovrebbe essere il cinema: il saper raccontare per immagini.
I dialoghi secchi ed efficaci della sceneggiatura, gli espedienti narrativi che ci mostrano le emozioni profonde dei rapporti familiari , insieme ad un gruppo di attori eccezionali ( a partire dal protagonista, Javier Bardem), ne fanno un’opera meravigliosa, che pare un gioiello nella sua forma stilistica d’insieme.
E’ un film riflessivo ed intelligente, che coinvolge emotivamente lo spettatore, senza mai cadere in patetismi del caso o in rigidi pregiudizi. Certo, un’opinione è intuibile, ma l’equilibrio del film è mantenuto anche da questa assenza di giudizi sommari riguardo alla giusta scelta morale da prendere.
L’unica via da seguire dovrebbe essere quella del proprio Io personale che, ispirandosi alla frase del filosofo Immanuel Kant, ci direbbe:
“Due sono le cose che mi colmano di felicità: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me”.

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