03.2010 – Preti.

di donato gagliardi.

Preti. Se era vivo lo doveva a loro. Se era ricercato dall’Interpol pure. Aveva quattro anni quando padre Ibrahim lo raccolse dai miasmatici bassifondi di Ceuta.

Mama e baba lo avevano abbandonato, per ragioni che tutt’ora non voleva indagare. Per sedici anni era stato cresciuto da padre Ibrahim che gli aveva insegnato la religione, la matematica, la filosofia (evitando con cura – si accorse diversi anni più tardi – di accennare a tutti quei culti pagani precedenti la Venuta, che presentavano sconcertanti somiglianze col Cristianesimo: primo fra tutti il Mitraismo che venerava un dio fattosi uomo attraverso donna vergine e la cui celebrazione dell’avvento cadeva inesorabilmente ogni 25 dicembre. Ricordati di santificare le feste) . In ogni modo, grazie a lui, padre gesuita, padre padrone putativo, aveva ricevuto un’ educazione, un futuro diverso da quello preannunciato di faqir, melnetto derviscio povero in canna. Era cresciuto devoto e forte nella parola del Cristo, ma soprattutto (anche se il povero Ahmed questo ancora non lo sapeva) nella dottrina della sua Chiesa. E neppure sapeva, il nostro futuro signore della droga, che, come in tutte le storie di fede incrollabile, anche nella sua, la Prova Suprema, la prova Vickers pronta a penetrare il granito arabo della sua fede europea, attendeva nell’ombra il momento giusto per palesarsi.

Avvenne il giorno del suo ventesimo compleanno, quando entrando di buon’ ora in canonica per le pulizie mattutine, sorprese padre Juan nudo, coprire col suo corpo informe quello di Sarah, orfanella di anni tredici (non disperdere il seme, non desiderare la donna d’altri). Lo sgomento durò pochi secondi, quelli sufficienti ad uccidere la sua giovinezza. Presto fu sostituito dalla rabbia più cieca, che lo indusse a colpire di santa ragione il culo grasso e la schiena pelosa del vecchio porco con un candelabro d’oro massiccio e a correre a riferire l’accaduto a padre Ibrahim. La Prova Suprema si rivelò essere particolarmente puttana, nei confronti del nostro Osservato Speciale. Non si limitò infatti a farlo assistere all’atto impuro di un prete pederasta che copulava con un infanta. Lo costrinse pure al più cocente dei crepuscoli degli dei privati: padre Ibrahim non corse ad impalare il collega, ficcandogli il crocifisso di tre metri per due là dove non batte il sole. Cercò, molto più semplicemente, di placare il calore iracondo del ragazzo, con rassicurazioni sulla punizione certa che attendeva il prete infedele e dotte dissertazioni sul De delictis gravioribus (Nel 2001, Joseph Ratzinger firmò una lettera rivolta ad aggiornare un’altra controversa carta vaticana: il Crimen Sollicitationis. Secondo tale documento, che da un lato aumentava i tempi di prescrizione dei reati sessuali per i tribunali ecclesiastici, le denuncie di molestie sessuali perpetrate da uomini di fede dovevano rimanere coperte da segreto pontificio. Non dire falsa testimonianza). Ahmed sentì nascere in sè quella rabbia inguaribile che avrebbe continuato ad ardere per più di un quarto di secolo, che avrebbe dissipato la sua infantile venerazione per il prete, facendo di lui un laico, deciso, da allora, di fare il possibile per vivere senza alcun tipo di dio; e che avrebbe, forse, alimentato la sua determinazione a diventare ciò che padre Ibrahim aveva sempre pregato che lui non diventasse: un criminale.

Inutile stare a raccontare il resto di questa parte di storia: è chiara come lo schermo dei televisori sui quali ciclicamente guardate scorrere drammoni holliwoodiani su vite spezzate, innocenze derubate. Ahmed se ne andò dal seminario, cercò un lavoro onesto che gli venne regolarmente rifiutato a causa delle infamie screditanti sparse in paese dai vicari di Gesù. Visse per strada alcuni mesi fino a quando non conobbe il suo terzo padre: Josè Allam, soprannominato El Bastardo, cresciuto come ladro di macchine e diventato adulto, criminalmente parlando, con lo spaccio di hashish ed eroina. Era odiato da chiunque in città; anche i suoi stessi colleghi, tranne rare eccezioni, gli avrebbero molto più volentieri pisciato in faccia assicurandosi morte lenta piuttosto che stretto la mano.

Josè stava diventando ricco con il contrabbando di eroina in Italia. L’eroina viveva una seconda giovinezza, in Europa. E, in seguito alle nuove leggi italiane che  stabilivano eguale pena per lo spaccio di droghe leggere e pesanti, El Bastardo aveva convenuto con altri amici che a parità di rischio sarebbe stato assai più remunerativo e comodo lo spaccio di polveri inodori che quello di piante profumate. Ahmed entrò subito nelle grazie di El Bastardo, che lo accolse come un fratello e gli affidò l’intera organizzazione logistica dei trasporti di polvere d’oppio nel Belpaese.

Il nostro Osservato Speciale rivelò un inaspettato talento e un incredibile sangue freddo nella gestione di questi affari. Nel frattempo, l’odio nei confronti di quella che ormai vedeva come una multinazionale del potere fine a se stesso non accennava a placarsi, così, parallelamente alla sua attività criminale, sviluppò quella di serial reporter dei misfatti della chiesa cattolica. Collezionava articoli di giornale su casi di pedofilia tra  le mura ecclesiastiche, annotava ogni ingerenza nella vita politica dei paesi dove la chiesa era maggiormente influente. Quasi a raccogliere prove da presentare ad un tribunale apocalittico – prima o poi l’Apocalisse sarebbe arrivata, di questo, nonostante il suo forzato ateismo, era rimasto certo – per giustificare la sua abiura. L’ Italia si rivelò essere terra particolarmente fertile per ognuna delle più scandalose abiezioni esercitabili da uomini protetti da poteri spirituali.

Nel duemilasei, mentre si occupava di un carico di hashish destinato a Palermo, la tivvù diede notizia della morte di Paul Marcinkus, alto prelato condannato per bancarotta fraudolenta del Banco Ambrosiano e indagato per diversi casi di omicidi/suicidi-mai-provati di banchieri italiani. Non finì mai in carcere grazie al suo passaporto vaticano. Ahmed pensò che, in fondo, quell’uomo era riuscito in pochi anni a rubare molto più di ciò che lui sarebbe riuscito a fare in una vita intera. (Non avrai altro Dio all’infuori di me, non costruirai vitelli d’oro. Non rubare). Tra le frasi più famose del defunto cardinale, ricordò il giornalista: “Non si può governare la Chiesa con i Padre Nostro e le Ave Maria”. (Non nominare il nome di Dio invano).

Alcuni mesi dopo, Ahmed si trovava nuovamente in Italia. Era il 20 dicembre, e ogni stazione radio riportava la notizia della morte di Piergiorgio Welby, politico, attivista e poeta, affetto dalla nascita da distrofia muscolare e da dieci anni tenuto in vita da un respiratore. Welby aveva espresso più volte la volontà di ricorrere all’eutanasia. Volontà che fu esaudita, in quel dicembre senza fine, da un professore illuminato. Il giorno stesso, la Chiesa Romana rifiutò la richiesta di funerali religiosi, avanzata dalla moglie credente, con tre righe: <<In merito alla richiesta di esequie ecclesiastiche, il Vicariato di Roma precisa di non aver potuto concedere tali esequie perché era nota, in quanto ripetutamente e pubblicamente affermata, la volontà del Dott. Welby di porre fine alla propria vita, ciò che contrasta con la dottrina cattolica>>.

A quanto pare, riflettè Ahmed, la pietà era merce da distribuire con cautela, secondo gli alti prelati. Preti pedofili e assassini se la sarebbero sempre meritata (alcuni anni più tardi, l’Osservato Speciale aggiunse alla sua collezione di articoli uno relativo ad un prete modenese che aveva ucciso un uomo e tentato di fare altrettanto con il resto della sua famiglia. Il vescovo della diocesi emiliana commentò così l’accaduto: <<Prego per lui, affinché possa ritrovare la pace nel cuore e perché possa tornare a guidare le nostre parrocchie>>. Onora il padre e la madre. Non uccidere); la gente comune, la gente perbene, avrebbe dovuto dimostrarlo fino alla fine dei propri giorni.

Nel raccoglitore dove teneva le prove delle nefandezze della Chiesa secondo i cui insegnamenti era stato cresciuto, catalogò gli articoli su Welby col titolo: “lo sanno a memoria il diritto divino, ma scordano sempre il perdono”. La musica rock gli aveva insegnato la parola di Dio meglio di qualsiasi prete.

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