02.2010 – Il Rosso e il Nero

Il Rosso e il Nero. Non stiamo parlando del famoso romanzo di Stendhal, opera manifesto del realismo francese del XIX° secolo, ma di calcio, comunismo e fascismo.

Gli stadi Italiani annoverano da sempre politicanti o presunti tali, che sfruttano l’evento sportivo per diffondere e promulgare ideologie e simboli tra soggetti bisognosi di identificazione che finiscono per sventolare bandiere di cui probabilmente non conoscono nemmeno il significato e che, talvolta, diventano unicamente un pretesto valido per menare le mani.

Nella stagione 2004/2005 però accade qualcosa di diverso, di nuovo: i politicanti si mettono gli scarpini e scendono in campo, il Rosso e il Nero,appunto, Cristiano Lucarelli, capitano del Livorno e Paolo Di Canio, capitano della Lazio.

Entrambi attaccanti, le loro carriere sono accomunate per vari aspetti: prima vengono osannati per gesti che ne esaltano la correttezza e la sportività, poi  diventano protagonisti di uno scontro ideologico senza precedenti nella storia dello sport più amato del  Belpaese.

18 dicembre 2000, Goodison Park: si gioca Everton – West Ham. Al 90’minuto il risultato è inchiodato sull’1-1, il portiere dei padroni di casa, Gerrard, si avventura in un’uscita al limite dell’area ma le sue ginocchia cedono, la palla schizza verso l’ala destra dove Sinclair mette al centro un cross per Di Canio, allora militante nella squadra ospite, che, invece di insaccare indisturbato il gol decisivo per la vittoria, afferra la palla con le mani fermando il gioco e favorendo i soccorsi all’avversario. Grazie a quel gesto, Di Canio ricevette il premio Fair Play dell’anno unito ad una lettera ufficiale di encomio della FIFA, firmata da Joseph Blatter.

Estate 2004, Lucarelli ha appena trascinato il suo Livorno alla promozione in serie A realizzando 29 reti; la sua permanenza in amaranto, però, non è scontata: il suo cartellino è in comproprietà, infatti, fra il Livorno e il Torino, pronto ad offrire 2 milioni di Euro alla società e 1 milione al giocatore per riaverlo.

Lucarelli rifiuta, si dimezza lo stipendio, dichiara amore alla sua Livorno e alla maglia amaranto, diventando l’idolo di una città intera.

6 gennaio 2005, Stadio Olimpico di Roma, va in scena il derby della Capitale: è il minuto 29 quando Di Canio, tornato l’estate precedente alla Lazio, supera il portiere giallorosso Pelizzoli con un tocco morbido per l’1-0 laziale. La partita termina sul 3-1 per la Lazio e Di Canio, ebbro di gioia, con il volto teso, stravolto dall’adrenalina saluta la curva biancoceleste con il braccio destro teso in aria. Le conseguenze di questo gesto sono una squalifica e l’apertura di un’indagine a suo carico ad opera della Fgic che si concluderà con un’ammenda di 10.000 € per “apologia del nazismo”.

La risposta del rivale sportivo ed “ideologico” non tarda ad arrivare,infatti, qualche domenica dopo Lucarelli celebra un gol con il pugno sinistro chiuso alzato verso gli spalti. Anche per lui viene aperta un’inchiesta federale della Figc.

Nei salotti televisivi fioccano le polemiche, si sprecano paragoni con tensioni e scontri che ormai sembravano consegnati ai libri di storia: comunisti contro fascisti, rossi contro neri. Intanto sale il timore per quello che questi episodi possano scatenare nelle menti delle tifoserie, dichiaratamente schierate agli antipodi e fomentate dalle esternazioni pubbliche dei propri capitani, il giorno dello scontro diretto: si preannuncia un clima da anni di piombo.

10 aprile 2005: Lazio-Livorno. Spiegamento di forze dell’ordine degno di una guerra civile, la partita viene anticipata al sabato pomeriggio per motivi di ordine pubblico. Dentro allo stadio bandiere rosse contro cori inneggianti al duce e croci celtiche, all’uscita incidenti fra tifoserie e polizia. Il bilancio degli scontri ammonta a 248 denuncie, 6 arresti e 22 feriti, tra i quali un poliziotto per una sassata alla testa.

Morale della favola?

Gli spalti di uno stadio non devono  e non vogliono essere tribune politiche, circoli di partito o centri sociali,

il calcio è uno gioco e, in quanto tale, deve mantenere la sua dimensione di intrattenimento e non necessita delle ingerenze di una politica mai così votata al mero scontro e alla violenza verbale come nell’ultimo ventennio. Viene da chiedersi se, appurato che lo sport non necessiti dei veleni della politica, non siano i rami più estremi di quest’ultima ad avere bisogno dei larghi bacini di utenza del calcio per ampliare la propria cassa di risonanza..

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