04.2010 – Alcoolcizi di stile

di Mirko Roglia

(1) Aveva cominciato a scrivere in piedi, una volta arrivato a Cuba. Dalla sua stanza vedeva le varie tinte d’azzurro che lo dividevano dal Golem capitalista e fissava quei blu come il corpo di una donna prossima al pianto. Quel sole lo penetrava fino a mangiarlo tutto quel reumatismo, quel fastidio quotidiano alle ossa. Scriveva in piedi e sul tavolo rialzato solo la macchina da scrivere e il mojito. A volte si toccava la cicatrice a falce sulla fronte e gustava lento un altro goccio di menta e rum, lo aiutava a concentrarsi, lo aiutava ad essere solo un po’ più in pace con sé stesso, senza che questa pace mettesse mai radici.

(2) “Basta… basta Fernet, basta limoncino… basta Vecchia Romagna, basta…”. Davanti alla Conad era già sera e Gennarino preparava i suoi cartoni, biascicando con la voce da orco: “Sai… ero pasticcere, bomboloni, cannoli, la glassa, di notte tutte le notti era la mia ricetta speciale, io la conosco, io mi hanno dato il brevetto… mi hanno dato la licenza… io sono andato a fare le canzoni però e la mia mamma diceva di non andare, la mia mamma sta a Palermo, a Pasqua la vado a trovare”. Il monologo di un grande cuore, di un cuor di leone che ruggisce. “Io basta Fernet… solo vino, vino e basta”. Piccoli occhi, infossate fra le rughe precoci, consumati da lacrime incessanti. “… io solo vino…”.

(3) “Se la neve si placasse potrei pure raggiungerla la collina, ma così non si vede un urogallo a due metri, ci sono i cecchini e ci mancherebbe pure prendersi una pallottola adesso. Meglio starsene qui ed aspettare che finisca, tanto più che sono coperto bene; ci andrò appena rischiara, alla collina. Fammela un po’ trovare…”. Ed estrasse dalla bisaccia una fiaschetta color bronzo. “Ahhhhhh, così torna il buonumore che vien quasi da ridere – era grappa di quelle fatte per bene, di quelle da buttar già al mattino insieme al latte di capra – questa grappa è la migliore del mondo, quant’è vero che sono un sergente”. La montagna, volubile, si stava congedando dalla neve ed il sergente preparava il fucile.

(4) La tavolata correva lungo tutto il fienile e poi fino alla barchessa, coi gioghi tarmati appesi ai mattoni. Sulla sinistra, di fianco al bassocomodo colla recinzione intorno – ché era pericolante e li avevano obbligati a metterla – c’erano Alfio e Giuliano che cuocevano il porco. Il profumo, la delizia, ci arrivava fin qui, a noi seduti, a noi furbi, che mica vogliamo mangiare il fumo prima della carne. Da un capo all’altro del tavolo erano messe a zig-zag saran state venti bocce di lambruschino, di quello secco, di quello buono, di Sorbara. Era il caso di rifarsi una bella mangiata, una bella balla e poi chissà che quelle due beone della Gianna e della Pina non vengano a fare una passeggiata fino al macero…

“Chi beve solo acqua ha un segreto da nascondere”.
(Charles Baudelaire)

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