o4.2010 – Irish Whiskey

Il whiskey irlandese si distingue dal whisky scozzese, oltre alla e inserita nel nome, per il differente processo di distillazione, che ne ammorbidisce il gusto al palato, lo rende più puro e meno suscettibile ai cambiamenti di aroma durante l’invecchiamento.

George Best era esattamente come il suo amato whiskey: una miscela perfetta di puro talento e carattere esplosivo che neanche lo scorrere del tempo è stato in grado di mutare.

Il più grande fuoriclasse del football d’Oltremanica nasce il 22 maggio 1946 a Belfast, cuore pulsante dell’Irlanda del Nord.  Georgie muove i primi passi nel Glentoran, squadra giovanile dell’est di Belfast. La corporatura esile e minuta non riesce a soffocare il talento straripante e il ragazzo con il pallone tra i piedi fa quello che vuole. Bob Bishop, talent scout del Manchester United, lo nota, capisce subito di avere fra le mani un fuoriclasse e manda un telegramma a Matt Busby, indimenticato coach dei gloriosi anni ’60 dei Red Devils, che recitava le seguenti testuali parole: “I’ve found you a genius”.

Best approda nella grigia Manchester a soli 16 anni. L’inizio è stentato, George non si ambienta e soffre terribilmente la mancanza della sua Belfast. Matt Busby lo capisce, sa di avere in casa un diamante grezzo e lo tratta come tale: adotta George come fosse un figlio, lo coccola e gli costruisce attorno l’habitat ideale per sbocciare. Best indossa la maglia numero 7 dello United ed è subito magia. Una maglia rossa come la passione sprigionata dagli spalti di quello che non a caso viene definito The Theatre of Dreams.

La leggenda vuole che nel 1963, al termine della sua prima partita da titolare, il suo marcatore, Graham Williams, un rude gallese di una decina di anni più vecchio di Georgie, lo fermò all’uscita dal terreno di gioco e gli disse: “Fermati un attimo ragazzo, così posso guardarti in faccia. È tutto il giorno che ti rincorro e vedo solo la tua schiena”. La prima rete con lo United Best la segna il 28 dicembre di quell’anno in un match di F.A. Cup contro il Burnley.

Il biennio 1966-1968 è il periodo più glorioso dei Busby Babes, trascinati dal primo vero trio delle meraviglie che il calcio moderno ricordi, composto da Dennis Law, Bobby Charlton e, appunto, George Best.

Rimane storica la vittoria per 5 a 1 nei quarti di finale della Coppa dei Campioni (stagione 1966/67) contro il Benfica di Eusebio e due delle reti portano la firma di Best. Al ritorno a Machester Georgie scende le scalette dell’aereo indossando un sombrero e viene soprannominato “El Beatle”. Capigliatura ribelle, bella vita, alcol, donne: è qui che comincia a nascere il mito di George Best.

La stagione migliore è il 1967/68: 41 partite e 28 reti, l’apice è la finale di Coppa Campioni ancora contro il Benfica. Tempi supplementari, risultato fermo sull’1 a 1. Su un lancio lungo dalle retrovie stop a seguire magico per disorientare l’avversario, gioco di prestigio per mettere a sedere il portiere e palla in rete. Coppa Campioni e Pallone d’Oro. Roba d’altri tempi, da portieri a mani nude, palloni di cuoio cuciti a mano e immagini in bianco e nero.

Roba da leggenda.

Poi però per Georgie è tutta discesa. L’amato Irish whiskey comincia a fottergli prima la carriera e poi il fegato. Prima di lasciare l’Old Trafford a 28 anni con 361 presenze e 137 gol, fa ancora in tempo a scrivere una pagina memorabile del libro del calcio. 7 febbraio 1970, quarto turno di F.A. Cup, Northampton 2 – Manchester United 8. Georgie ne fa 6. Non si allena più, beve come una spugna, puzza come una distilleria ma ne fa 6 in un colpo solo. Pazzesco.

Il 1974 segna per Best l’inizio di un vero e proprio vagabondaggio pallonaro: negli Usa con le maglie dei Los Angeles Aztecs, Fort Lauderdale Strikers e San Jose Earthquakes, ancora la Premier League con il Fulham, in Irlanda con il Cork Celtic, Hibernian in Scozia (il giorno del debutto di Georgie oltre 20 mila persone, contro una media stagionale di 5 mila, si recarono allo stadio giusto per poter raccontare ai nipotini “I was there!”) e, infine, in Australia con i Brisbane Lions. Nel 1983 George Best appende gli scarpini al chiodo. Passato il pallone rimane solo la bottiglia e inizia un lungo calvario fatto di numerosi ricoveri in cliniche, un arresto per guida in stato di ebbrezza, il divorzio dalla moglie e un trapianto di fegato.

Il 3 ottobre 2005 Best viene ricoverato in una clinica privata londinese per problemi respiratori e il giorno 20 del mese successivo compie il suo ultimo spunto da fuoriclasse: su esplicita richiesta di George, il tabloid News of the World pubblica una foto che lo ritrae nel suo letto di ospedale, accompagnata dalle ultime dichiarazioni pubbliche, rivolte direttamente ai giovani: “Don’t die like me”. Non permettete che l’alcol vi porti via tutto. 5 giorni dopo, al Cromwell Hospital di Londra, un’infezione epatica libera finalmente George da una lunga agonia, dopo settimane di sofferenza e anni di alcolismo sfrenato.

Muore così la prima, unica, vera rock star del pallone.

“When I’m gone people will forget all the rubbish and all that will be remembered will be the football. That’ll do for me.” G. Best

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