05.2010 – Babajoca

Illustrazione di Carlo Ferraresi

di Mirko Roglia

Ma donna lo è, lo era.

La sua nascita rimane un mistero, sotto il cavolo direbbe il trisavolo, in una notte di eclissi lunare scriverebbe il favolista. Di lei si conosce l’odore di terra che lascia passando. Quello del greppe.

Babajoca è  una buttera (di pecore) che va a piedi per certi crinali boscosi della Bosnia interna. Alla sera fa ritorno a casa, dove nessuno sa. E nessuno sa che genere di casa sia: capanna, baita, covile da tasso, nido di frasche in alto fra le roveri. D’inverno si copre con la pelle di pecora, che da lontano ti sembra di sentirla belare. D’estate no, d’estate attraversa i rivi a piedi nudi e sotto i piedi ha suole naturali di caucciù. Io l’ho vista sapete? Ma non l’ho sentita parlare. Aveva gli occhi che pareva fossero lì in quella faccia da secoli, nocciole di ardesia incastonate fra le grinze. Sì, vecchia era vecchia, di un vecchiume brontosaurico. Qualcuno, al paese, mi dice che da giovane vendeva lana. Da giovane? Babajoca non è stata giovane. O si? Mi chiedevo allora quali fossero i suoi problemi, se di problemi ne avesse e come li risolvesse. Che faccia farebbe se le dicessi che adesso il mio problema è trovare una pizzeria economica per andarci con un’altra donna? Che pure lei è una donna ma non una donna come lei. Pensieri inutili. Babajoca curava anche, dicevano convinti della favola, orzaioli e dermatiti seborroiche ed altro. Non c’ho creduto fino a che non ho visto Matteo guarito in due giorni dall’herpes gigante che aveva in fronte. E per guarire, dopo le cliniche, gli era bastato andare a Casoni di sotto. Ma come curava Babajoca? Come curava se di gente, credo, non ne vedeva. Curava le pecore, okay. Non lo so. Non so niente e questo scrivere strabocca di non senso. Ma esiste e quindi ha senso: mi sto incartando. (Secondo me Babajoca si può riprodurre per architomia). Calma, un momento, ragioniamo. Io questa donna l’ho vista, anche se distante e di sfuggita, mentre stavo appoggiato al sedile del pulmino giallo che chiamavamo “catamone” e che fuori era tutto sforacchiato dalle pallottole del conflitto. Non so neppure se il bastone moseico col quale Babajoca andava è ricordo o carabattola dell’immaginazione. Eppure, in fin dei conti, Babajoca mi figura da tempo nel carnet delle donne potenziali: l’unica unica, l’unica immobile ed inimitata, come la Madonna.

Solo un giorno a Babajoca (stavo a letto), le si era avvicinata Remedios, coi denti ancora sporchi di terra di pampa. Avevano incrociato gli sguardi (anche se non sono disposto a giurarlo) e frammenti dell’una erano ascesi al cielo con l’altra. E va bene che le donne non le capisco, ma sfido chiunque ciumbia!

Ebbene, la pena è il femminile di pene? (Aldo Busi)

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