05.2010 – Piccole ma(donne) vergini e suicide

“Non hai ancora l’età per capire quanto diventi complicata la vita”.
“Evidentemente lei, dottore, non è mai stato una ragazzina di tredici anni”.
Cecilia fu la prima di quei cinque angeli biondi ad andarsene.
Poi la seguirono le sorelle poco tempo dopo.
Tutte inesorabilmente suicide.

“Il giardino delle vergini suicide” è l’opera prima della regista Sofia Coppola, nonché figlia d’arte del famosissimo Francis Ford.
Il film è la trasposizione cinematografica dell’ottimo romanzo “Le vergini suicide” di Jeffrey Eugenides, che devo ammettere di aver scoperto e letto solo dopo ( purtroppo ) la visione del lungometraggio. In effetti le differenze dal libro alla pellicola ci sono: sicuramente l’aspetto descrittivo-psicologico della gerarchia famigliare dei Lisbon non appare così chiaro e definito come nel romanzo, ma credo che la regista abbia fatto una scelta di campo ben precisa, vertendo nella direzione dell’ineffabile e dell’impenetrabile, anche per un occhio quasi sempre onnisciente come quello della cinepresa..
La storia è ambientata nel 1974, in una periferia di Detroit.
L’atmosfera è assolutamente borghese, bigotta e dominata da ipocrisie, chiacchiericcio di quartiere e maschere sociali. Tutti parlano di tutti, soprattutto di quella famiglia così rigidamente religiosa, al limite del kitsch, come quella dei Lisbon.
Il narratore esterno ci anticipa fin dall’inizio i dettagli del triste destino che accompagna quelle cinque splendide creature. Le quali rimasero un misterioso tormento per quattro ragazzi del vicinato che avevano tentato di comprenderle ( leggendo il diario di Cecilia ) e di entrare in quel loro mondo fatto di piccoli eventi insignificanti, ma che celavano un tacito grido di dolore nei confronti di un’adolescenza non riconosciuta.
“E così abbiamo cominciato a capire un po’ delle loro vite. Sentivamo come come fosse imprigionante la condizione di ragazza. Come rendeva la mente più attiva e sognatrice. Scoprimmo in realtà come le ragazze erano donne travestite, che capivano l’amore e la morte. E il nostro compito non era altro che fare quel chiasso che sembrava affascinarle tanto. Capimmo che sapevano tutto di noi e che non potevamo comprenderle affatto”.
Le immagini inizialmente sembrano ricoperte da una patina rosa, che rimanda ad una essenza  fanciullesca, paiono poi reclinare verso un alone luminoso più bianco, come a toccare la sfera celeste. Infine tutto si colora di un verde asfissiante, dominato da un’atmosfera di morte. Trovo che questa variazione cromatica di luci e gelatine sulla pellicola, che va di pari passo con la psicologia dei personaggi, sia un gioco sottile ed efficace, che inconsciamente, quasi per osmosi, ci chiarifica il percorso interiore delle cinque sorelle.
Ma la vista non è l’unico dei cinque sensi dosati e calcolati dalla giovane regista: infatti, osservando attentamente e con uno sguardo critico, noteremo che ogni sfera sensoriale ci ricollega a quella purezza eterea, immacolata, che è tipica di quelle creature così effimere come gli angeli.
Le sorelle Lisbon sono quasi irreali. Evanescenti.
Le meravigliose musiche degli Air  incorniciano le vicende all’interno di una visione onirica e impalpabile. Queste bambinesche ninne-nanne angoscianti, sono il preludio di un futuro che si incrina e si allontana svanendo dalla vita.
La sensazione che rimane alla fine di questo film, è quella di una irrisolutezza enigmatica che ci invade e ci porta a ripercorrere mentalmente i passaggi degli avvenimenti, nella ricerca di una chiarificazione del senso che, però, non è concessa nemmeno allo spettatore.
Nel complesso è quindi un buon film, che possiede un equilibrio strutturato su più piani di analisi ben armonizzati tra loro. Non c’è spazio per il colpo di scena improvviso: siamo continuamente guidati, attraverso le immagini e la voce del narratore, verso quello stato di presentimento che ci fa predire i tragici destini delle ragazze, ma senza far sì che il loro mistero possa essere compreso, in un eterno “non voler vedere” che si esplica ancora nelle parole della signora Lisbon: “A nessuna delle mie figlie è mai mancato l’amore. C’era tutto l’amore necessario nella nostra casa. Non ho mai capito il perché”.

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