05.2010 – Vanessa Beecroft

Cosa ci fanno venti alte e affascinanti donne, modelle per la precisione, nude (in verità indossano solo tacchi alti), semi ferme posizionate in una configurazione circolare, sguardo direzionato nella stessa direzione? No, non siamo in un club a luci rosse, tantomeno a una festa di addio al celibato.

Siamo in realtà in uno dei musei più famosi al mondo, di fronte a un’istallazione di una delle artiste più controverse del panorama contemporaneo,ma anche una delle più innovative e influenti.

Ecco a voi, nel mese delle donne, un’artista donna che mette al centro delle sue performance e istallazioni nient’altro che donne: Vanessa Beecroft.

Artista nata a Genova da madre italiana e padre inglese, vive attualmente a New York.

Costante del fare artistico della Beecroft è l’immaginario della donna e della condizione femminile, in una ricerca che utilizza come materiale primario il corpo stesso della donna. È infatti con questo mezzo che l’artista affronta alcuni degli aspetti più controversi della realtà sociale e culturale contemporanea, tra cui il rapporto con il cibo e la sessualità, l’ossessione per la bellezza e la forma fisica. Ma non solo. Alla Biennale del 2007 ha infatti regalato al pubblico un momento di meditativa e compassata adrenalina, allestendo nella pescheria del ponte di Rialto una simbolica e spettacolare mattanza di corpi di donne di colore, come manifesto brutale e sfrontato dei genocidi nel Darfur. In questa performance, una monumentale tela bianca stesa a terra accoglieva decine e decine di donne in pose tragiche o rassegnate, su cui l’artista riversava ad arte, secondo una personale visione cromatica e scenografica, quasi  in una danza mistica e sacrale, avanzando lentamente tra un corpo e l’altro, litri e litri di liquido rosso, una densa sostanza color sangue che ad ogni tocco faceva rabbrividire.

Le donne della Beecroft comunque, nella maggior parte delle sue performance, sembrano rubate al mondo della fotografia di moda, issate come sono su tacchi altissimi ed emotivamente distanti, come ad essere mute e immobili testimoni di un’epoca in cui domina il culto del corpo e dell’immagine.

Ci piace perché: riflette sulla donna in modo originale e privo di artifici, affrontando temi sempre attuali attraverso il mezzo della performance,

iscrivendosi così di diritto nel panorama internazionale dell’arte contemporanea.

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