Donna, che ‘a Maronna t’accumpagn!

di Raffaella Grasso

A quanto pare noi donnine del bel paese dovremmo proprio ringraziare la Madonna.
E già, sarebbe merito suo l’aver salvato il femminile dalle maglie del maschilismo più becero. Nella devozione a lei indirizzata avrebbero trovato riparo e accoglienza principi e valori espulsi dalla scena pubblica, i quali recuperarono spazio all’interno delle mura domestiche, laddove l’ordine simbolico della madre venne confinato e al tempo stesso la fece da padrone.
Di più, il culto mariano avrebbe addirittura “santificato” tale ordine agli occhi della comunità, conferendogli un’autorità particolare, un filo rosso, una continuità di sguardo che unisce in una specie di piano-sequenza mamme, zie, nonne a quella statuina di gesso nella nicchia e che conosce bene chi è nato e cresciuto in una famiglia italiana. Il fenomeno infatti è tipico dei paesi cattolici come il nostro, dal che si dedurrebbe che il cattolicesimo stesso sia un terreno più fertile, più pronto a riconoscere il valore della figura femminile, ad accoglierlo e farlo proprio rispetto ad altre confessioni cristiane. Una conclusione condivisa persino da gloriose pioniere del femminismo nazionale.

Sarà… A me sembra che sui “fondamentali” le donne di certi paesi riformati, nel Nord-Europa, ma pure in qualche borgo valdostano, siano indiscutibilmente avanti e da almeno due secoli. La tentazione di far prevalere un simbolico consolante su una realtà grama, di “prendere il buono che c’è” è rischiosa e mistificante.

Insidioso concedere un valore eccessivo a una specificità femminile desunta o costruita a partire da pratiche distintive quali l’amore materno o la cura, proprio i due ruoli che a lungo hanno incasellato la vita delle donne in un percorso a tappe ordinato in partenza, senza troppe alternative, come per la povera Maria, che non poteva certo dire di no all’angelo.

Non soltanto. Questa visione del “femminile”, della maternità, della cura è parziale, sarebbe a dire favolistica, e lo svelano proprio le favole, le filastrocche, le ninna nanne, che si sono incaricate di rappresentare la parte oscura, di dire il “non detto” in forma di gioco, di scherzo a chi si presume non possa capire (e invece capisce benissimo), i bambini. A loro si racconta la stanchezza, l’insoddisfazione per una maternità non scelta, per la costrizione alla cura che a volte è pessima cura. Ed è tutto un fiorire di abbandoni nel bosco, di orchi e streghe assassini, di madri e padri che di loro non ne vogliono sapere.

Ecco, voglio forse buttare “quel poco di buono che c’è” nel connubio tra religione e cultura popolare nostrana?
No, la Madonna, confesso, mi sta pure simpatica. Suggerisco solo alle giovani donne italiane col pallino della maternità a fasi alterne, quelle che si riscoprono a recitare l’Ave Maria sperando nel miracolo, ma che in fondo mica lo sanno tanto bene, di provare a canticchiare subito a seguito “ninna oh, ninna oh, questo bimbo a chi lo do?”.
Se il desiderio permane sarà il caso di cambiare paese.

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