05.2010 – At The Soundawn

At the soundawn – Shifting 3. Caofedian

Gli At the Soundawn, Modenesi, sono nati nel 2000, ma il loro progetto, con le idee chiare, parte ufficialmente nel 2005.
Li avevo visti alcuni anni fa in un festival di Concordia, con il loro primo album dal titolo “Red Square: We Comes In Waves” pubblicato sotto Lifeforce, (etichetta tedesca conosciuta nell’underground di stampo “Metal”) che vanta nel suo roster band di tutto rispetto.
Fu un gran bel concerto, il loro sound fresco catturò la mia attenzione dalla prima all’ultima nota del loro concerto. Forse, ad oggi, volendo trovare il pelo nell’uovo, come spesso si suol dire per non incappare in volgarità, le voci del cantante e del bassista durante le parti melodiche erano un po’ tremolanti e a volte soffrivano di stonature tra le due armonizzazioni. Nel frattempo comunque diversi anni sono passati, e anche diversi concerti, anche all’estero, e gli At the Soundawn ritornano presentando in Aquaragia il loro secondo ed ultimo (per il momento) lavoro “Shifting”.
Presentano alcune novità, dalla strumentazione più omogenea e particolareggiata, probabilmente frutto di ricerca e di esperienze, segnale di un gruppo attento alle evoluzioni e ancora in via di sperimentazioni, alla presentazione di due nuovi elementi il cantante e un trombettista.
Sulle prime la scelta del trombettista mi lascia parecchio perplesso e dubbioso, cambierò fortemente opinione durante il concerto.
Come avevo presagito, da quando ho letto del concerto, dalla prima all’ultima nota sono rimasto con il fiato sospeso. Le dinamiche perfette ed avvolgenti dei due chitarristi impeccabili nei loro dialoghi sia in distorto che in pulito, i suoni limpidi sempre decisi e precisi della linea di basso gestito con un gusto molto personale, le batterie che pur essendo uno straripamento tecnico incredibile non sono fini a se stesse, e la voce calda ed avvolgente piena di colori e sfumature diverse, il tutto condito con un po’ di tromba.
Gli At the Soundawn hanno fatto centro, sono riusciti a dare un nuovo respiro, ad una scena ora mai spenta che brancola nel buio in cerca di nuove luci, mischiando una serie di sound lontani anni luce ma collegate da un filo impercettibile.
La cosa più sorprendente e che questo mix, a differenza di come spesso accade in altri gruppi in cui si avverte il copia e incolla spudorato, ti investe come un entità unica, avverti la sinergia del gruppo e non le diverse entità delle persone che ci suonano dentro. La cosa che tutt’ora mi lascia basito, forse frutto di un caso di stereotipo, è che non sono Americani o Esteri (da cui solitamente, ad essere realisti, arrivano le proposte migliori) ma di Modena, cioè sono i miei vicini.
Se vi capita andateli a vedere capirete molte cose.
Raffaele Marchetti

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