Edoardo Sanguineti, l’irriverente, l’impegnato, il colto.

Ma non basta ancora.

  • Lo sai? E’ morto Sanguineti.
  • Come? E’ morto Sanguineti?

La notizia della morte di Edoardo Sanguineti, mi è arrivata così.

Niente giornali, niente notizie dell’ultimo minuto alla televisione, niente titoli da prima pagina.

E’ arrivata con il passaparola degli amici, accompagnata dallo sbigottimento delle bocche spalancate e degli occhi sgranati.

E’ stato il giorno dopo, di mattina, che ho letto gli articoli sui quotidiani, che ho aspettato la notizia al telegiornale, e l’effetto è stato lo stesso, anche se lo sapevo già.

Non ci credi subito che è morto Sanguineti.

Non ci credi, perché l’hai visto con i tuoi occhi camminare e parlare, appena due settimane prima a Bologna. L’hai visto commuoversi leggendo Neruda; hai sentito la sua voce, quella del poeta irriverente, rompersi e interrompersi, imbarazzata, quasi, per “l’attenzione – ha detto – che voi ancora dedicate a questo vecchio” ha detto.

Ma chi è questo vecchio? Chi è Edoardo Sanguineti? E’ l’intellettuale impegnato? L’ ex-enfant terrible della poesia italiana? L’erudito docente universitario? Il letterato dalla cultura sterminata? Il poeta della Neoavanguardia e del Gruppo ’63? Il politico d’ispirazione marxiana? Il critico acuto e dissacrante?

Sanguineti è tutte queste cose insieme, che si intersecano l’una con l’altra, si fondono nella sua persona e nella sua opera, tanto che è impossibile (e probabilmente ingiusto) cercare di rintracciarne i confini netti. E’ sintesi complessa e affascinante di tutte queste componenti, discutibile e provocatoria, probabilmente, sicuramente mai banale.

In un ipotetico ritratto a parole di Edoardo Sanguineti, si potrebbe partire, allora, tracciando le linee della passione politica, nodo essenziale per l’uomo e lo studioso. Sanguineti non ha mai cercato di celare l’impegno politico che lo distingueva, la scelta di una parte, quella del marxismo: il politico prestato alla letteratura amava definirsi, quello capace di schierarsi con forza contro lo svuotamento (smerciamento?) delle ideologie, contro una società alienata e alienante, contro il degrado e l’avvilimento di tutti i “presenti” che in una vita si attraversano.

La critica, in Sanguineti si fa gesto generativo e ostinato da cui nasce e si sviluppa tutta la sua attività, da quella politica, a quella poetica, a quella di critico letterario. Ed è proprio questa disposizione che lo rende un grande sperimentatore della lingua, della parola poetica, che lo rende un curioso esploratore dell’altrove letterario e non solo.

Come poeta, Sanguineti esordisce giovanissimo, nel ’56 con la raccolta Laborintus (ma le prime poesie sono già del ’51), che ha un impatto fortissimo sulla critica, disorientante, inebetente: Sanguineti è novità assoluta, non si sa bene cosa dire, dentro quali categorie inquadrare l’opera. Da subito Sanguineti sfugge a ogni catalogazione a ogni “prigione critica”. Parte del poema viene poi incluso ne I Novissimi (1961), antologia che raccoglie le voci e apre la neoavanguardia in Italia, che intende disfare, rompere radicalmente con la tradizione poetica italiana, con quell’ istituzione storica immobile e immutabile, portatrice di forme e di significati obsoleti e oramai svuotati. La poesia a lui contemporanea gli pare ormai condannata nel ristagno, nella continua ripetizione del già fatto o del già detto, senza più nessuna spinta innovatrice. Una poesia che non è più in grado di comunicare nulla ( ha ribadito, del resto, anche il 5 maggio scorso di “non aver mai amato, Montale, anzi,”) che ha creato e mantenuto uno strappo troppo ampio tra se stessa, la realtà in cui si colloca e la lingua con cui vuole parlare.

Ecco, da dove arriva l’attenzione di Sanguineti al problema del linguaggio, che viene sottoposto da un lato a una continua autodistruzione, e dall’altro a una sempre nuova (e mai finita) sperimentazione, per cercare nuove possibilità espressive “vergini”, non intaccate dai germi della della Palus Putredinis letteraria e politico-sociale.

Un attenzione, quella per la parola della poesia, che non si spegnerà mai, che marchia il lavoro di Sanguineti come critico e soprattutto come poeta capace di far percepire la corporeità, la fisicità, la materialità della parola poetica.

Il Sanguineti poeta è anche il Prof. Sanguineti, il divoratore (e profondo conoscitore) dei classici della letteratura, da Dante, prima di tutti, a Pound, Marx, Freud, Gramsci e autore di libri che sono in realtà dei passaggi obbligati, come Tra liberty e crepuscolarismo e Ideologia e Linguaggio. E’ anche il traduttore teatrale, dai classici greci a Shakespeare, a Brecht e il protagonista di diverse e variegate collaborazioni artistiche dalle musicali alle pittoriche.

Edoardo Sanguineti è stato tutto questo. E’ stato l’irriverente, il polemico, il dissacratore, il colto, l’impegnato Sanguineti.

E si potrebbe andare avanti ancora a elencare, a citare, a provare a dire il ruolo, l’importanza del grande poeta, del grande critico, del grande intellettuale. Si potrebbe continuare cercando di far capire il vuoto che è rimasto, la mancanza provocata, nel mondo della cultura, della poesia.

Ma poi. Poi serve a poco, io credo, stare a dire, a spiegare.

Sanguineti è stato soprattutto parola, detta, scritta, ed è alla parola – e solo lì – che bisognerà far ritorno, per ritrovarlo, vivo.

Ti esploro, mia carne, mio oro, corpo mio, che ti spio, mia
[cruda carta nuda,
che ti segno, che ti sogno, con i miei seri, severi semi neri,
[con i miei teoremi,
i miei emblemi, che ti batto e ti sbatto, e ti ribatto, denso
[e duro, tra le tue fratte,
con il mio oscuro, puro latte, con le mie lente vacche,
[tritamente, che ti accendo,
se ti prendo, con i miei pampani di ruggine, mia fuliggine,
[che ti aspiro, ti respiro,
con le tue nebbie e trebbie, che  ti timbro con tutti i miei
[timpani, con le mie dita
che ti amano, che ti arano, con la mia matita che ti colora,
[ti perfora, che ti adora,
mia vita, mio avaro amore amaro:
io  sono qui così, la
[zampa del mio uccello, di quello
che  ti gode e ti vaglia, sono papilla giusta che ti degusta,
[la pupilla che ti vibra
e ti  brilla, che ti tintinna e titilla: sono un irto, un erto,
[un ermo ramo, io che
ti pungo, mio fungo, io che ti bramo: sono pallida pelle
[che si spella, mia bella, io,
passero e pettirosso del tuo fosso: io la piuma, io l’osso,

[che ti scrivo: io, che ti vivo:

di Martina Zadra

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