06.2010 – Blu, un’arte finita

MUTO a wall-painted animation by BLU from blu on Vimeo.

Qualche mese fa, durante la redazione della mia tesi di laurea (e chissene, direte voi), mi venne l’idea di inserire alcune considerazioni sui graffiti di un certo stile e su un graffitaro in particolare, Blu. Come le opere realizzate dagli artisti dello staff Icone, pure i murales di Blu si riconoscono facilmente su tanti altrimenti tristi (diciamocelo!) muri di Modena e Bologna. E certo, è sempre il fascino di un’identità artatamente celata ad attirare il curioso. Non avevo – e a ben pensarci non ho – elementi sufficienti per descriverne la persona, al di là della scenetta narratami da Alberto un giorno: <<Massì, una notte gli diedi un passaggio in macchina usciti dal Covo (o era il Kindergarten?)>>. Uno scoppiato, o un tranquillone, che è lo stesso. Provai quindi con un messaggio, spiegandogli che avevo addirittura pensato di riservargli un posto nel capitolo conclusivo della suddetta tesi, infilando le considerazioni che mi friggevano in testa a vedere i suoi lavori a fianco di nomi come Danto e Beckett. Ma non era interessato a una chiacchierata in proposito, e mi dovetti scoprire decisamente poco attraente come intellettuale wannabe. Così eccomi a raccontare univocamente come e perché uno che studi le parole e la loro forza debba avvicinarsi con occhio compiaciuto a questi suoi lavori, spesso sproporzionati, giganti e ambiziosi, sempre mostruosi.

Senza voler entrare nello spinoso campo della critica artistica (strumento quanto mai inadeguato per vivere a contatto con la decorazione murale), mi piace guardare alle realizzazioni di Blu come ad allegorie della comunicazione che vorrei, fatta di un rapporto necessariamente comunitario con forme di vita a lei aliene: come la vernice bianca gialla nera deve adattarsi al mattone, alla crepa del muro, alla tubazione o allo spigolo, così il nostro pensiero si materializza in voce e parole diverse a seconda degli interlocutori, dei sentimenti provati, del fine ricercato con esse. Ma ancor più ricca si fa l’allegoria del graffitaro, perché i medesimi elementi della pittura nascono e muoiono e magari si indicano e traggono forza reciprocamente gli uni con gli altri. È una continua e labirintica metafora della comunanza sociale con cui volentes aut nolentes gli uomini si trovano ad affrontare. E mai che questa necessaria comunità, nel suo insieme, mini (= voix du verb to mine) la personalità del singolo: il soggetto dipinto risulta anzi arricchito nella sua carica di valori – perché no – pratici, morali, dalla convivenza con tutto questo resto. Guardatevi il videograffito “Muto”!

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