06.2010 – Cancella il dubito.

di donato gagliardi

Se ti stai ancora chiedendo se l’economia italiana vada davvero a gonfie vele o meno,puoi darti pace. Smetti di farti assillare da questo dubbio: la risposta è no. In realtà la situazione potrebbe essere peggiore. Potrebbe piovere, per esempio. Potremmo essere invasi dalle cavallette o distrutti da un meteorite. O, peggio, infettati dalla Grecia…ah, ahem…per questo forse è già troppo tardi. Come ci fanno sempre più spesso notare analisti stranieri: da Pigs a Piigs. L’acronimo dispregiativo utilizzato dai giornalisti economici per riferirsi a diversi paesi della zona euro con elevato rischio di insolvibilità del proprio debito pubblico, comprende ora anche l’Italia (prima si riferiva a Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna). Per quanto le rassicurazioni sul buono stato dei conti pubblici da parte del premier e dei suoi ministri continuino a rimbalzare di tiggì in tiggì, di prima pagina in prima pagina, la crisi finanziaria reale, non ha ancora colpito l’Italia. Ma rischia di farlo a breve. Come ormai l’unanimità del mondo accademico/finanziario sostiene (da Roubini a Naim) l’Italia ha attualmente tre problemi di strettissima contingenza da risolvere:

1) DEBITO PUBBLICO: è attorno al 115 per cento del Pil. I tassi sono al 4 per cento, un valore considerato accettabile ma che comunque costringe l’Italia a spendere ogni anno circa il 4,5 per cento del Pil. In altre parole, nei prossimi due anni, spenderemo in oneri sul debito la stessa cifra riservata alla pubblica istruzione. Se malauguratamente i creditori dovessero iniziare a ritenere il Paese troppo rischioso, oppure nel caso in cui i tassi d’interesse dovessero crescere nuovamente, i costi sarebbero molto più alti. È chiaro che se aumentassero i tassi sul debito, i costi salirebbero anche per imprese e consumatori. Inoltre, il debito dell’Italia ha una scadenza relativamente breve, il che implica ogni anno una richiesta di finanziamento relativamente alta. Ergo, l’Italia è potenzialmente più vulnerabile di altri paesi di fronte a cambiamenti di opinione dei creditori e più esposta ad attacchi speculativi.

2) COSTO DEL LAVORO: in Italia è cresciuto più dei paesi concorrenti. Negli ultimi dieci anni (per unità di prodotto) è aumentato del 25-30 per cento rispetto a quello dei lavoratori tedeschi. L’aumento del costo del lavoro ha ovviamente pesanti ripercussioni sulla competitività nazionale, soprattutto a livello di esportazioni. Una recente analisi globale sulla competitività dell’area euro effettuata dalla Commissione di Bruxelles per ciò che riguarda il decennio 1998-2008, afferma che le esportazioni italiane di beni e servizi sarebbero cresciute più lentamente rispetto a quelle di tutti gli altri paesi membri. Senza lo stimolo delle esportazioni, molte imprese italiane resteranno di piccole dimensioni e incapaci di sfruttare le economie di scala che i mercati globali permettono, poiché l’andamento demografico e dei consumi dell’Italia sono fra i peggiori al mondo e focalizzare l’attenzione sui mercati nazionali equivale a rallentare la crescita economica del Paese.

3) FATALITY COMBO DEBITO-COSTO DEL LAVORO: se non esiste crescita, se la produzione manifatturiera rimarrà ai minimi storici, se non si punterà sull’innovazione e la ricerca per la ripresa, se non si riuscirà a risollevare le esportazioni, il recupero del debito sarà impresa sempre più ardua. Per definizione, un’economia in espansione può sopportare un debito maggiore, generando un gettito fiscale capace di sostenerlo. Un debito elevato, invece, peggiora la competitività e i problemi di crescita, poiché incrementa i tassi d’interesse attraverso tutto il processo economico. Inoltre rende sospettosi gli investitori, i quali – di fronte a tali circostanze – giustamente prevedono aumenti delle tasse in arrivo. Una strada intrapresa in passato è stata quella della svalutazione della moneta, per rilanciare le esportazioni elargendo una boccata d’aria fresca alla competitività del paese. In Italia un provvedimento di questo tipo fu effettuato agli inizi degli anni ’90. La differenza con la situazione attuale è palese: allora non esisteva una moneta unica europea e, attualmente, la svalutazione dell’euro non è ipotesi considerabileSe ti stai ancora chiedendo se l’economia italiana vada davvero a gonfie vele o meno,puoi darti pace. Smetti di farti assillare da questo dubbio: la risposta è no. In realtà la situazione potrebbe essere peggiore. Potrebbe piovere, per esempio. Potremmo essere invasi dalle cavallette o distrutti da un meteorite. O, peggio, infettati dalla Grecia…ah, ahem…per questo forse è già troppo tardi. Come ci fanno sempre più spesso notare analisti stranieri: da Pigs a Piigs. L’acronimo dispregiativo utilizzato dai giornalisti economici per riferirsi a diversi paesi della zona euro con elevato rischio di insolvibilità del proprio debito pubblico, comprende ora anche l’Italia (prima si riferiva a Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna). Per quanto le rassicurazioni sul buono stato dei conti pubblici da parte del premier e dei suoi ministri continuino a rimbalzare di tiggì in tiggì, di prima pagina in prima pagina, la crisi finanziaria reale, non ha ancora colpito l’Italia. Ma rischia di farlo a breve. Come ormai l’unanimità del mondo accademico/finanziario sostiene (da Roubini a Naim) l’Italia ha attualmente tre problemi di strettissima contingenza da risolvere:  1) DEBITO PUBBLICO: è attorno al 115 per cento del Pil. I tassi sono al 4 per cento, un valore considerato accettabile ma che comunque costringe l’Italia a spendere ogni anno circa il 4,5 per cento del Pil. In altre parole, nei prossimi due anni, spenderemo in oneri sul debito la stessa cifra riservata alla pubblica istruzione. Se malauguratamente i creditori dovessero iniziare a ritenere il Paese troppo rischioso, oppure nel caso in cui i tassi d’interesse dovessero crescere nuovamente, i costi sarebbero molto più alti. È chiaro che se aumentassero i tassi sul debito, i costi salirebbero anche per imprese e consumatori. Inoltre, il debito dell’Italia ha una scadenza relativamente breve, il che implica ogni anno una richiesta di finanziamento relativamente alta. Ergo, l’Italia è potenzialmente più vulnerabile di altri paesi di fronte a cambiamenti di opinione dei creditori e più esposta ad attacchi speculativi.  2) COSTO DEL LAVORO: in Italia è cresciuto più dei paesi concorrenti. Negli ultimi dieci anni (per unità di prodotto) è aumentato del 25-30 per cento rispetto a quello dei lavoratori tedeschi. L’aumento del costo del lavoro ha ovviamente pesanti ripercussioni sulla competitività nazionale, soprattutto a livello di esportazioni. Una recente analisi globale sulla competitività dell’area euro effettuata dalla Commissione di Bruxelles per ciò che riguarda il decennio 1998-2008, afferma che le esportazioni italiane di beni e servizi sarebbero cresciute più lentamente rispetto a quelle di tutti gli altri paesi membri. Senza lo stimolo delle esportazioni, molte imprese italiane resteranno di piccole dimensioni e incapaci di sfruttare le economie di scala che i mercati globali permettono, poiché l’andamento demografico e dei consumi dell’Italia sono fra i peggiori al mondo e focalizzare l’attenzione sui mercati nazionali equivale a rallentare la crescita economica del Paese.  3) FATALITY COMBO DEBITO-COSTO DEL LAVORO: se non esiste crescita, se la produzione manifatturiera rimarrà ai minimi storici, se non si punterà sull’innovazione e la ricerca per la ripresa, se non si riuscirà a risollevare le esportazioni, il recupero del debito sarà impresa sempre più ardua. Per definizione, un’economia in espansione può sopportare un debito maggiore, generando un gettito fiscale capace di sostenerlo. Un debito elevato, invece, peggiora la competitività e i problemi di crescita, poiché incrementa i tassi d’interesse attraverso tutto il processo economico. Inoltre rende sospettosi gli investitori, i quali – di fronte a tali circostanze – giustamente prevedono aumenti delle tasse in arrivo. Una strada intrapresa in passato è stata quella della svalutazione della moneta, per rilanciare le esportazioni elargendo una boccata d’aria fresca alla competitività del paese. In Italia un provvedimento di questo tipo fu effettuato agli inizi degli anni ’90. La differenza con la situazione attuale è palese: allora non esisteva una moneta unica europea e, attualmente, la svalutazione dell’euro non è ipotesi considerabile

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