06.2010 – emeralds

emeralds – candy shoppe

è possibile che proprio all’apice della più bieca lamentela su come questo 2010 non stia offrendo dischi degni di un deciso e inaspettato sobbalzo sulla sedia, e proprio quando ci si era “rassegnati” a considerare there is love in you di four tet l’unica vera gemma di fine decade, e proprio ancora quando si iniziava a rimpiangere l’ultimo di animal collective, che già dall’epifania dello corso anno si impose come disco indiscusso del 2009?..

ecco è possibile detto questo che tre giovani americani si impongano alle mie orecchie come portabandiera del nuovokrautrock?..
no.
non è possibile perchè è una palese esagerazione frutto di un’inaspettata esaltazione,
ma quello che gli emeralds hanno realizzato nel loro ultimo disco è ciò di cui avevo bisogno hic et nunc.
il brano d’apertura è già il mio preferito del disco.
il titolo, candy shoope, sembra voler omaggiare con riverenza e gratitudine quei cluster edulcorati di caramel (da zuckerzeit, 1974) e confermare sin dall’inizio che “does it look like i’m here?” (pubblicato per editions mego) ripercorre spasmi, isterie e divagazioni spaziali tipiche di quel suono che 40 anni fa sconvolse la gioventù tedesca postbellica: una generazione rincoglionita dal rock’n’roll americano che, sospesa tra il sentimento di rivalsa verso i propri padri, vide attraverso hymns di karl heinz stockhausen, ma soprattutto attraverso quel miracolo di sintesi che hoffmann chiamò LSD, aprirsi la strada per una nuova e libera interpretazione del suono, una terza dimensione che pretendeva le stelle, inseguivai pianeti, solleticava la via lattea.
chissà.
chissà cos’ha portato quel terzetto originario dell’ohio, attivo da poco meno di cinque anni, a questo terzo disco, così perfettamente maturo, pronto al grande pubblico e a recensioni ben più importanti di queste.
mi limito momentaneamente a ringraziare i tre, per avermi riportato su un viaggio che da qualche anno avevo un pò accantonato, riaprire krautrocksampler per l’ennesima volta e ripercorrere attraverso le parole di julian cope le vie fluttuanti e aggraziate del cosmo.
questo disco alla fine dell’anno sarà, ci scommetto, sul mio podio personale, “guadagnato” grazie a arpeggi incalzanti, sintesi di luce tagliente come poco dopo un eclissi e una grazia fuori dal comune senso di carezza.

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