06.2010 – Ipercittà

È più giovane di me di sette anni il termine ipercittà, cognato dallo svizzero André Corboz nella metà degli anni novanta. Ed ora, nel 2010, usa un computer, la città, per comunicare. Proprio come faccio io. Cosa c’entra tutto questo con un numero sulle arti visive? Forse nulla, forse tutto. Sono molto più vecchie, loro le arti, ma utilizzano ugualmente il computer oggi, comunicano tramite il virtuale. È tutto, ormai, ipercittà. Tutto si muove in essa. Il professore elvetico paragonò la città contemporanea ad un testo digitale, un ipertesto appunto. Esso è aperto come l’Opera per Eco, non è concluso o gerarchizzato. Non è fisico. Così la città dell’oggi non gode, e non è costretta a godere, dell’armonia di un arte classica, caratterizzante la città tradizionale. “Il concetto di armonia è passato di moda”. Ma ciò non significa che tutto oggi sia precipitato nel caos, sia cacofonico.  Da Cézanne in poi sono cambiati i valori per rapportarci alla città. Come il classico insegnò l’armonia, il moderno ci insegna il contrasto, la tensione, la discontinuità, la frammentazione, l’assemblaggio, in conclusione il dinamismo. Ma ipercittà non è pura estetica. È concretizzarsi di tutte le nostre percezioni e passioni, anche di quelle che non meritano, per colpa o per virtù, di essere raccontate da una qualsiasi forma d’arte. Nelle ipercittà sono le densificazioni di tensioni ed eventi ad essere significative. Siamo tutti noi quotidianamente chiamati a operare su di essa, produttori d’arte, modificandola. Perché questo è il suo scopo: il mutamento, la non stasi, che si compie anche ricordandosi, di tanto in tanto, di fermarsi a contemplare. Un fiore o un vicolo sporco di piscio nel quartiere ex industriale più malfamato, decidetelo ben voi.

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