06.2010 – Le 4 del mattino l’angoscia e un pò di vino

Stavolta cambio.

Lo so che questa è una rubrica di sport ma questa volta mi va di cambiare.

Sarà che il tema mi ispira, sarà che passo un periodo un po’ così, sarà che la Champions dell’Inter mi fa pensare che a questo giro la fine del Mondo sia vicina davvero, ho voglia di cambiare argomento e parlare di noi.

Noi, i figli degli anni ’80, i figli della generazione del fare, fatta di gente che si è fatta da sola, gente che “ioallatuaetàmantenevounafamiglia”, gente che in dieci anni costruiva, plasmava, dava forma e sostanza alla propria vita.

Noi in dieci anni a malapena riusciamo a farci stampare da una segreteria universitaria polverosa, che fa orari che in banca se li sognano, un pezzo di carta pronto per essere incorniciato e dimenticato su una mensola in garage.

Noi, per l’inesorabile legge della ciclicità del tempo, siamo diventati la generazione del NON fare.

Tra le infinite possibilità di fare qualsiasi cosa in qualsiasi momento va sempre a finire che non facciamo MAI un beneamato cazzo.

Poi ci svegliamo una mattina e ci dicono che il mondo è in crisi. Che il giocattolino che faceva arricchire i ricchi e impoverire i poveri si è rotto e adesso abbiamo tutti le pezze al culo.

A noi lo vengono a dire? Noi in crisi ci siamo da una vita. Crisi d’identità.

La linea netta che divideva i diritti e i doveri dei nostri genitori si è fatta sempre più sottile e sfumata, fino a ribaltarsi. Lavorare da dovere diventa diritto, studiare da diritto dovere. E tutto diventa un casino.

Stiamo lì, sospesi a metà del ponte sullo strapiombo: alle spalle un sistema malato e corrotto caratterizzato dalla malsana tendenza a incasellare e categorizzare tutto e tutti senza spazio per le varianti. Segni particolari: precari e bamboccioni.

Dall’altra sponda (del ponte, intendiamoci..) i sintomi chiari ed evidenti del cedimento strutturale del sistema stesso: economia, ambiente, politica, cultura allo scatafascio. Da qualsiasi parte ti giri il ponte scricchiola. Così stiamo fermi, arriviamo ai trenta senza sapere chi siamo, dove andiamo e che cazzo vogliamo fare della nostra vita.

Ma la cosa che più mi fa incazzare è il totale disinteresse che regna sovrano. Come se fosse tutto normale. L’apatia e la noia latenti che portano agli eccessi nell’abuso di droghe e alcool, il distacco e l’indifferenza nei confronti della politica perché tanto fanno tutti schifo uguale, l’abitudine e l’adeguarsi ad un sistema socio-culturale lobotomizzato che premia troie e imbecilli. Tutto normale.

La cruda realtà è che abbiamo avuto troppo e troppo facilmente e ci ritroviamo a non avere niente di davvero nostro. Qualcuno cerca tuttora i propri riferimenti nel passato, nei riflessi degli abbaglianti Sessanta, pochi riescono ancora a credere nella Chiesa, i più si aggrappano alla superficie lucida e scivolosa di un inconsistente materialismo sfrenato.

Così facendo stiamo perdendo la capacità di sognare.

Diventiamo prevedibili e manovrabili da coloro che ci vogliono innocui e inconsapevoli del porcaio in cui ci stanno trascinando. Così ci dicono cosa fare e cosa non fare.  Quando bere e dove fumare, a che velocità dobbiamo andare e come dobbiamo mangiare. Che cosa comprare, in che modo dimagrire, di che morte dobbiamo morire, fin dove vogliamo arrivare, i limiti che non possiamo oltrepassare, cosa dobbiamo volere, quando, come e perché saremo felici.

Adesso basta. Questa crisi ci deve dire che la pappa pronta è finita. Problema?

È vero, la pappa pronta è comoda, troppo comoda, ma ha rotto i coglioni. Perché alla fine sta lì, bella e profumata. Poi la metti in bocca ed è sempre o cruda o scotta, o sciapa o salatissima.

È ora di cambiare, rimettersi in gioco, sporcarsi le mani e cominciare a cucinare la nostra ricetta.

E se sarà cruda, scotta o insipida chissenefrega. Almeno avrà il nostro nome sopra.

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