08.2010 – Hanno tutti ragione

Com’è possibile passare in un battito di ciglia dal tutto al niente?

Dall’esibirsi sul palcoscenico del Radio City Music Hall di New York davanti al leggendario Frank “The Voice” Sinatra al rincorrere scarafaggi grossi come topi in una baracca di lamiera a Manaus?

Dagli accecanti bagliori del successo nel centro del mondo alla maleodorante merda nel buco del culo della periferia del nulla?

C’è chi lo chiama destino, fatalità, volontà più o meno terrena.

Per Tony Pagoda, celebre cantautore napoletano, ciuffo impomatato e tamarrissimi occhiali da sole azzurrati, è semplicemente e naturalmente un percorso, una strada. Che, come tutte le strade che si rispettino, ha i suoi incroci fatti di scelte, le sue curve cieche dettate dagli imprevisti, le sue discese e le sue salite fatte, appunto, di successi e di merda. Tanta merda.

La merda della camorra, della prostituzione, della criminalità. La merda della coca e della morte.

Questo è “Hanno tutti ragione” (edizioni I Narratori/Feltrinelli, terzo classificato allo Strega 2010) di Paolo Sorrentino (celebre regista e sceneggiatore napoletano, L’uomo in più, 2001; Le conseguenze dell’amore, 2004; L’amico di famiglia, 2006; Il Divo, 2008): un romanzo spigoloso, che ti schiaffeggia le guance con il rovescio della mano destra dalla prima all’ultima parola. Sulla strada di Tony Pagoda, romantico bastardo, lurido poeta, effimero cocainomane, affascinante puttaniere, l’iperbole è la regola, il prevedibile uno sconosciuto.

Tra un tiro di coca, uno scontro a fuoco e una serata a base di sesso a pagamento Tony P ti sorprende con le sue riflessioni, sbriciola e sbrindella le tue aspettative con la profondità del suo pensiero violento e tagliente. Ti trasporta dalla spensieratezza di Capri, passando per gli olezzi della periferia napoletana, fino al fascino esotico e asfissiante del cuore della foresta Amazzonica.

Percorre la sua strada, Tony P, sempre esplorando ogni angolo, ogni anfratto, scrutando ogni prospettiva della commedia umana in tutta la miseria delle sue pretese e in tutta la potenza del suo attaccamento alla vita. Senza scordare mai, in pieno stile partenopeo, la sua irrinunciabile essenza ironica.

 “L’amore è l’insostituibilità.

Adesso, invece, queste latrine disumane attendono impazienti lo spalancamento di cosce, così finalmente, come in un rituale liberatorio, si accoppiano visione elementare e pensiero elementare: figa e figa, figa contro figa. La figa mentale e quella reale, in diretta. Un pragmatismo da squattrinati del sentimento.

Giuseppina, la mia prima fidanzata, disse sotto un platano profumato: ’Adesso noi’. Non disse nient’altro, e fu un’altra rivoluzione. Si pensa al sesso in mancanza d’altro. Ma ve lo giuro, quando Giuseppina sussurrò adesso noi, il sesso diventò un miracolo successivo. Questo dovrebbe essere il sesso, un miracolo, un prodigio. E come tutti i miracoli, ne godi per lo stupore, ma non hai il desiderio cosciente del loro avvento. Chi desidera i miracoli? Solo gli invasati, i depressi, gli smidollati. Bisogna riappropriarsi di un rapporto religioso, liturgico col sesso. Ho detto religioso, non bigotto, che è un’altra cosa. Considerarlo miracolo. Allora, solo allora si capirà cos’è il sesso. Il sesso è una catapulta. E le catapulte non si trovano più. Si sono estinte, come i telefoni a disco. Come le lucciole del poeta dilettante. Non c’è limite alla bruttezza. Allora si fa un’altra cosa, che per convinzione quelli là chiamano sesso, ma non lo è. Non so se sono stato chiaro. E badate che non sto ragionando da vecchio nostalgico. Sto ragionando da chi ragiona e basta.”

 

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