09.2010 – Mamma li laici

di donato gagliardi

La fortuna della nazione turca (e indirettamente dell’intera Europa Occidentale) ha un nome preciso: Mustafa Kemal, meglio noto come Ataturk, “padre di tutti i Turchi”.
Ataturk, in meno di cinquant’anni di vita, riuscì in un’impresa allora considerata impossibile e tutt’ora oggetto di dibattito politologico.
Utilizzando la carriera militare come trampolino di lancio, ebbe un percorso politico sfavillante, da sincero riformatore: nel giro di vent’anni abolì il califfato a favore della repubblica, introdusse il suffraggio universale, la parità dei sessi, l’alfabeto latino, il calendario gregoriano, il sistema metrico decimale e abolì l’uso del Fez per gli uomini e del velo per le donne.

 

In altre parole, trasformò uno stato a fortissima influenza araba, in uno stato d’ispirazione occidentale.
Queste mutazioni non furono indolori: Kemal decapitò cento persone, tra avversari politici e nemici personali, durante il processo di europeizzazione. E instaurò un sistema politico d’impronta dittatoriale, in quanto totalmente monopartitico.

Ancora oggi ci s’interroga sui benefici e gli svantaggi di una mutazione politica così forzata: l’occidentalizzazione dei paesi asiatici e africani è una riforma desiderabile e necessaria allo sviluppo, o richiede prove di forza ed imbarbarimenti della democrazia “vera” (a patto che si sappia cosa s’intende quando si parla di democrazia vera), che non possono che lasciare in eredità ai futuri governi strappi sociali e culturali impossibili da gestire?
Da un punto di vista prettamente europeo, al momento la storia sembra dare ragione ai teorici della prima tesi (Huntington): in un’area geopolitica (Medioriente – Iran – Afghanistan) a fortissima instabilità politica e crescente risentimento antioccidentale, un alleato sui temi della laicità e della diplomazia non può che fare (non ha fatto altro che) comodo, se non altro per tamponare le spinte nazionaliste e panislamiste dei paesi limitrofi.

Nel cammino verso uno sviluppo economico e sociale realmente democratico, la Turchia ha in realtà alternato – dalla morte di Ataturk a oggi – passi da gigante a passi da gambero.
Il monopartitismo è stato abbandonato e il ruolo della donna è effettivamente diventato paritario: all’interno di una società così complessa non era questione affatto scontata.
Ma dagli anni ’30 ad oggi, l’esercito turco, istituzione intimamente kemalista e da sempre considerata custode ultima della laicità dello stato (ragione che le ha in realtà spesso fornito un’ottima scusa per perseguire i propri interessi), è ricorso al colpo di stato ben quattro volte. L’ultima nel 1997 (golpe bianco), quando l’esercito depose il primo governo d’ispirazione islamica asceso al potere dalla fondazione della repubblica e sciolse il principale partito di coalizione.
Dal 2002 è al governo il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP), guidato dall’attuale premier Recep Tayyp Erdogan. Un partito che si proclama conservatore moderato (al contrario dei partiti kemalisti, d’impronta socialista) ma che nei fatti sta dimostrando pericolosi tentennamenti su questioni di stretta manutenzione della laicità (non ultima quella della riammissione dei veli all’interno delle facoltà universitarie).

A causa delle non sempre felicissime dichiarazioni relative alla questione Mediorientale da parte del premier, il mondo ha riscoperto la Turchia.
Non più terra di spiagge bianche, kebap profumati alla menta ed eserciti e magistratura baluardo della laicità e dell’occidente, ma improvvisamente anche un soggetto politico autonomo nello scacchiere internazionale, molto disinvolto, parecchio arrogante, forse ingenuo nel credere di poter guardare sia a est sia a ovest senza creare guai innanzitutto a se stesso. Tutto gli analisti del mondo mondo si chiedono se ci siamo persi la Turchia, dopo gli ammiccamenti ad Hamas, gli accordi con l’Iran degli ayatollah, le accuse feroci a Israele, il no alle sanzioni Onu sul nucleare di Teheran, gli schiaffi agli Stati Uniti. I giornali turchi si sono accorti solo negli ultimi giorni del tema che tanto appassiona l’occidente e – specie Hurriyet e Zaman, i due quotidiani che escono anche in lingua inglese – hanno cominciato ad affrontare in modo ossessivo il tema. Nemmeno loro sono riusciti a dare una spiegazione univoca. Gli esperti tendono a escludere l’idea che la Turchia abbia intrapreso la via senza ritorno dell’Islam radicale. Omer Taspinar, editorialista di Zaman, sostiene che a muovere la Turchia non sia l’Islam politico, ma una grandeur mista a frustrazione nei confronti dei partner tradizionali – America, Europa, Israele – che ricorda da vicino il gollismo francese.

Resta il fatto che Erdogan guarda oltre l’Europa. Cerca nuove sponde. Si tiene le mani libere. Chiede di entrare nell’Unione Europea e ha ottenuto lo status di osservatore nell’Unione Africana. Discute iniziative comuni con la Lega Araba ed è più attivo che mai nell’organizzazione della Conferenza Islamica. Cerca di sfruttare la posizione geostrategica della Turchia e di farne il crocevia obbligato delle rotte energetiche che collegano i paesi produttori di petrolio e gas ai consumatori europei. Questo neogollismo turco ha consolidato i pregiudizi europei, ingigantito le preoccupazioni israeliane ed evidenziato l’imbambolamento di Barack Obama che poco più di un anno fa è andato in Turchia a parlare di «partnership modello» tra Washington e Ankara.

In realtà, la difficoltà di decifrare la Turchia e la sua politica estera è concreta e si nota girando per le strade di Istanbul, dove convivono le due anime del paese, quella occidentale e quella orientale, non come due corpi separati in attesa che l’una prevalga sull’altra, ma come elementi della medesima cultura, tradizione e storia. L’elegante strada di Istiklal è circondata da Starbucks, botique di Bulgari, Armani, negozi Apple, locali all’ultimo grido e moschee, sinagoghe, chiese cattoliche, greco-ortodosse e armene, mentre i vicoli dove i turisti si riparano dal sole, sono pieni di bandiere e murales inneggianti alla causa palestinese. In città suonano gli U2, a poca distanza dalla piazza di Taksim dove spesso si tengono adunate islamiste pro Hamas e pro Hezbollah. La musica nelle terrazze degli alberghi super cool di Nisantasi, il quartiere che sembra londinese più che asiatico, va avanti a tutto volume fino a notte fonda, a ridosso del primo richiamo alla preghiera del muezzin che sveglia gli abitanti della zona asiatica alle quattro e mezza di ogni mattina. A Fatih, quartiere a forte tendenza musulmana, è comune vedere affiancarsi, sedute sugli autubus, ragazze in minigonna a donne col burqa. E le mille luci della città, l’involontaria secolarizzazione delle moschee addobbate a festa in occasione del Ramadan, le viste da mozzare il fiato, l’ estrema simpatia degli abitanti (è praticamente impossibile non essere fermati da turchi ansiosi di aiutarti, se sei un turista che sta armeggiando con cartine topografiche) sembrano indulgere ad un comune atteggiamento di rigetto deciso nei confronti di ogni forma di estremismo. Le rigide morali musulmana e cristiano ortodossa, cedono il passo ad interessi assai più mondani, all’accettazione completa delle comunità gay, ad un generale clima da apertura mentale totale, che si esprime anche nelle atmosfere da “Impero dei Sensi” di certi hammam e certi locali, in cui tra un raki e un narghilè è facile terminare la serata convinti di aver raggiunto l’estasi fisica. Ma  su Internet i video di YouTube sono oscurati e le mappe di Google sono impossibili da visualizzare (a meno che non si abbia un iPhone). Questa doppia anima della città si riversa anche in politica.

Erdogan è moderato, però capace di molte ambiguità. In nome della democrazia e della libertà sta cambiando le anchilosate istituzioni laiche del paese. La Turchia di Erdogan è una potenza economica regionale, la seconda dell’area dopo la Russia, l’ottava d’Europa, la diciassettesima del mondo. Con chiunque si parli per le strade di Istanbul, si capisce che prima ancora che i francesi e i tedeschi sono gli stessi turchi a non volere l’ingresso in Europa, a non farne più nemmeno una questione di orgoglio nazionale. Osservatori occidentali ammettono che l’Europa abbia serie responsabilità nell’indebolimento delle difese laiche del paese, con le continue richieste di tenere l’esercito lontano dalla vita politica. Il partito di Erdogan, pur avendo partecipato in modo efficace alla ristrutturazione economica del paese, piccona di giorno in giorno i diritti dei lavoratori e i poteri dei sindacati invisi. Inoltre, ha approvato una riforma della Costituzione che da un lato sembra ampliare gli spazi democratici, dall’altro è temuta come il grimaldello per aprire le porte all’islamizzazione perché sottopone i vertici militari al giudizio dei tribunali civili e cambia le procedure di nomina dei giudici costituzionali.

In tutto questo però, Erdogan, ormai alle soglie di nuove elezioni, è in forte calo nei sondaggi, ed è stato isolato dai suoi alleati. In più, un promettente leader dell’opposizione si sta facendo strada, Kemal Kiliçdaroglu: non è un grande visionario, ma è un politico rispettato e onesto, motivato a dare nuova linfa al vecchio partito kemalista. Tutto sommato, si è spinti a pensare che, da padre amorevole, dall’alto dei cieli Ataturk si stia ancora occupando dei suoi figli prediletti e della loro laicità.

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