09.2010 – Quando il caso è un Uragano

“Pistol shots ring out in the barroom night

Enter Patty Valentine from the upper hall.

She sees the bartender in a pool of blood.

Cries out, “My God, they killed them all!”

Here comes the story of Hurricane,

The man the authorities came to blame

For somethin’that he never done.

Put in a prison cell, but one time he could-a been

The champion of the world.”

(B. Dylan “Hurricane”, 1975)


Rubin “Hurricane” Carter nasce a Clifton, New Jersey, il 6 maggio 1937 e la vorticosa spirale che ha segnato la sua sorte, violento alternarsi di gloria e baratro, ha suscitato enorme interesse per decenni, ispirando anche artisti del calibro di Bob Dylan (“Hurricane”, dall’album Desire del 1975) e Denzel Washington (protagonista nel film “The Hurricane” del 1998).

Testa rasata e folti baffi prorompenti, Hurricane esordisce nel pugilato professionistico nel 1961 nella categoria pesi medi (nonostante i suoi 173 cm fossero notevolmente inferiori alla media dei suoi avversari), dopo essere stato prima congedato dall’esercito per insubordinazione nel 1956 e poi arrestato l’anno seguente e condannato a 4 anni di carcere per aggressione e rapina. È proprio durante la reclusione presso il penitenziario di stato del New Jersey che si avvicina alla boxe e scopre il suo immenso talento: i pugni di Carter sprigionano una potenza talmente impressionante da valergli il soprannome di “Hurricane”, uragano. Tecnicamente grezzo ma estremamente scattante ed aggressivo, sul ring Hurricane cattura l’attenzione del pubblico, riscattando un’adolescenza travagliata trascorsa perlopiù in riformatorio (i primi guai con la giustizia risalgono infatti ai giorni immediatamente successivi al suo 14esimo compleanno).

Raggiunge l’apice il 20 dicembre 1963, quando manda al tappeto per ben due volte nel primo round Emile Griffith, passato e futuro campione del mondo, stravolgendo così pronostici e gerarchie. Questa clamorosa vittoria gli valse il terzo posto nel ranking mondiale degli sfidanti al titolo dei pesi medi.

Il 17 giugno 1966, alle 2 e 30 del mattino circa, la Fortuna però gli volta definitivamente le spalle e per Hurricane arrivano la fine della carriera pugilistica e l’inizio dell’incubo. Due uomini di colore entrano nel “Lafayette Bar and Grill” e aprono il fuoco mietendo due vittime e ferendo gravemente altre due persone, una delle quali morì un mese dopo a causa delle gravi lesioni procurate dai proiettili su tutto il corpo.

Tre testimoni (Alfred Bello, noto criminale, Patricia Graham e Ronald Ruggiero) videro i due assassini fuggire su un’automobile bianca corrispondente nel modello e nel colore a quella di Carter, all’interno della quale il fato volle che la polizia rinvenisse una pistola calibro 32 e un fucile calibro 12 di proprietà dello stesso pugile, compatibili con i reperti trovati sul luogo del delitto.

Hurricane e un altro uomo di colore (John Artis) furono arrestati e sottoposti il giorno stesso al test del poligrafo che li inchiodò condannandoli all’ergastolo, nonostante nessuno dei testimoni li riconobbe come fautori dell’omicidio.

John J. McGuire, esaminatore durante il test affermò: “dopo un’attenta analisi dei risultati del poligrafo, è opinione dell’esaminatore che i soggetti stavano mentendo alle domande. Ed erano coinvolti nel crimine. I soggetti negano qualsiasi connessione col crimine”. Per forza, erano innocenti.

Inizia così una lunga sfilza di processi, appelli, ricorsi e controricorsi che si concretizza nella scarcerazione di Carter e Artis 22 anni dopo, nel 1988, dopo tre condanne all’ergastolo, ritenute successivamente non eque poiché mosse da pregiudizi di natura razziale. Dopo la scarcerazione, l’ex pugile è stato direttore della ADWC (Associazione per la Difesa dei Condannati per Errore) dal 1993 fino al 2005, ruolo che gli ha fruttato ben 2 Dottorati Honoris Causa in Legge dalle Università di New York e Brisbane.

Lieto fine per quella che non vuole essere la classica storia il cui protagonista buono e sfigato alla fine vince, ma l’insolita vicenda di un figlio di buona donna come tanti che ha pagato più di quanto in realtà non meritasse.

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