09.2010 – Alla rivoluzione col pullover blu. Marchionne, la Cgil e l’esempio tedesco.

di donato gagliardi

Circa due settimane or sono, il nostro stimatissimo direttore Mirko Roglia, ha scritto e pubblicato su questi schermi un articolo dal titolo C’è chi dice no, relativo alla situazione dell’Italia dei sindacati e delle industrie, inevitabilmente trattando delle questioni sorte quest’estate tra Marchionne, ad Fiat, e la Cgil. Il ritratto che ne esce di Marchionne e della sua politica è, a mio avviso, monco e parziale. E’ vero: il caso della ristrutturazione di Pomigliano, il rifiuto al reintegro dei tre operai licenziati illecitamente a Melfi sono provocazioni inaccettabili, che fanno trasparire un tipo d’arroganza padronale di cui in Italia non si sentiva la nostalgia.  Ma è ingeneroso non riconoscere a Marchionne i meriti del suo operato. Nonostante il crollo sitemico di vendite che ha contagiato l’intera industria automobilistica europea (colpendo duramente anche la casa di Torino), il manager italo-canadese ha giocato, ha rischiato (accordo Chrysler Fiat) ed ha infine vinto, riuscendo a ristrutturare un’azienda che, al momento del suo ingresso, non si trovava sull’orlo del baratro: in quel baratro si era già da tempo tuffata. Ultimo capitolo di questa fase ricostitutiva: lo spin off della produzione dei veicoli industriali da quella delle auto, giudicato da tutti gli analisti come mossa necessaria e fondamentale per un completo recupero della salute, in casa Fiat. Entrando nel merito dei suoi (sporadici) rapporti coi sindacati, è chiaro che non è certo possibile considerare il malcontento degli operai del Mezzogiorno come lo sfogo di una massa di fannulloni non disposti ad accettare contratti più pesanti lavorativamente e meno economicamente (come lui ha dato, in passato, l’impressione di fare). Ma è indubbio che Marchionne, con la sua politica e (ahimè) le sue provocazioni, ha sollevato un problema reale e contingente, un problema che nessuno in Italia ha ancora osato  prendere di petto: la produttività in caduta libera, la perdita di competitività del sistema, la strabordante crescita del costo del lavoro (ai primi posti in Europa), senza che questa produca mai alcun beneficio sulla busta paga dell’operaio. Quello del costo del lavoro è un problema fondamentale, che sta affossando la produttività e l’espansione dell’industria automobilistica italiana che, al contrario di altri settori del sistema produttivo del Belpaese, è assai più sensibile alle leggi del mercato e della concorrenza internazionale. Insomma, grazie a Marchionne il paese ha assaggiato l’aspro gusto della sfida lanciata all’Occidente dalle economie emergenti; ha capito che la produzione di auto in Europa è destinata ad ulteriori cali; ha capito che, al termine di questa crisi, solo i produttori più robusti e di maggiori dimensioni rimarranno in vita. Molte delle sue analisi, per quanto fastidiose possano risultare, sono perfino ovvie, basate su un’onesta lettura dei dati di fatto. Dal canto suo, la Cgil potrebbe mostrarsi, se non più aperta all’accettazione di talune politche provocatorie, quantomeno più propositiva. In questo senso, il modello tedesco, più volte osannato da Marchionne, rappresenterebbe un ottimo esempio da seguire. Nel 2009, in Germania il costo del lavoro è aumentato del 4%. Non poco. Ancora una volta, ciò non ha comportato un aumento dei salari, che anzi sono diminuiti dello 0,4%. Nonostante questo, i lavoratori tedeschi hanno sopportato questo effetto della crisi senza nemmeno un’ora di sciopero. Il motivo: la politica di costante concertazione aziendale, basata sul dialogo e sul compromesso continuo fra sindacati, impresa e governo. Per esempio attraverso la proposta di Berthold Huber, capo della Ig Metall (sindacato metalmeccanico tedesco, il più grande al mondo) del “Kurze Arbeit”, il lavoro corto, uno strumento che permette ai capi d’azienda un’estrema flessibilità e nella regolazione degli orari di lavoro e nei salari, rispettando le singole realtà aziendali, e che, nel lungo termine, consente di evitare la mannaia dei licenziamenti e il ricorso alla cassa integrazione. Anche gli imprenditori, in questa prospettiva, sono chiamati a fare la loro parte: il “Mitbestimmung” è la pratica di cogestione aziendale per cui i sindacati siedono a pari titolo degli azionisti nei vertici d’impresa. In Italia, un’imprenditoria così aperta nei confronti dei sindacati è ancora rara a trovarsi. Insomma, in altre parole Marchionne (che, è opportuno ricordare, si è finora dimostrato un ottimo ristrutturatore d’azienda; altra cosa sarà farla crescere), con le sue istigazioni al mondo produttivo italiano sta cercando di cambiare un sistema vecchio, sta scommettendo grosso, una scomessa che potrebbe costargli caro, ma che appartiene a quel genere di scommesse che questa redazione dovrebbe a mio avviso (criticamente) sostenere.

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