09.2010 – Fortuna

di Raffaele Cianfarani*

Il concetto di fortuna (o analogamente, quello di sfortuna), tradizionalmente, è stato associato a quello, squisitamente metafisico, di destino (favorevole o sfavorevole a seconda del caso). Nell’accezione classica, esso è da intendersi privo di connotati morali, né buono né cattivo, coinvolgendo il campo prettamente metafisico e perciò non rientrando nell’ambito della sfera di azione umana. Il destino (e quindi la fortuna) è ciò che è necessario al divenire dell’uomo da un punto di vista assoluto. Il termine fortuna, in forma completamente autonoma, nasce a seguito della relativizzazione del concetto di destino in funzione della comparazione delle condizioni specifiche degli uomini. La fortuna, del resto, è raramente considerata di per se, come ente autonomo, essendo spesso oggetto di pronta soggettivizzazione. L’opinione considerante l’ipotesi dell’esistenza di persone più (o meno) fortunate di altre è chiaramente fallace in quanto non è in grado di individuare un parametro in funzione del quale assegnare valenza assoluta alla stessa. Infatti, tale opinione pur consentendo di considerare una persona più (o meno) fortunata rispetto ad un’altra, si troverà nella necessità di riconoscere l’esistenza di una terza persona ancor più fortunata (o sfortunata) di quella, di una quarta e così via ad infinitum. Del resto il concetto di fortuna, oltre ad essere relativo e variabile per quanto detto in precedenza, è altresì limitato sulla base dell’oggetto considerato. Infatti, vi possono essere delle persone più fortunate di altre in relazione ad un certo aspetto e più sfortunate in relazione ad un altro. In tal modo, la relatività, la variabilità e la limitatezza che caratterizza strutturalmente la fortuna ha comportato una sua frammentazione che sembra originare dall’autonomia che il termine ha assunto nel corso del tempo rispetto al concetto di destino (peraltro immune a tale processo per definizione ontologica). La fortuna, perdendo il “legame privilegiato” con il destino, sembra perdere anche la propria essenzialità metafisica, divenendo un parola vuota, dal limitato significato, da colmare (pragmaticamente) con l’invidia o la superbia (a seconda che si consideri una persona fortunata o sfortunata) anche attribuendo alla stessa valenza morale (buona e cattiva fortuna). Volendo rintracciare la causa della separazione sopra descritta, si può analizzare la struttura della moderna società post-metafisica, e considerare il nichilismo ed il determinismo materialista che la caratterizzano come i principali responsabili di tale processo, i quali, ad esempio, finiscono per far caratterizzare la fortuna come mero evento favorevole di giuochi e lotterie. Perciò, essa, può essere innalzata anche al di sopra del destino, considerato oggi più oscuro ed incomprensibile che mai. All’estremo, un mero “gratta e vinci” può finire per assumere maggiore valenza, nella vita delle persone, dell’operare delle forze cosmiche del destino.

* Secondavista

[immagine “Buona fortuna” di Gianluca Costantini e Angelo Mennillo (Giuda Edizioni)]


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