Dannato beat

Caro Stefano,
doveroso ricordare un modenese di cui andare orgogliosi come Berselli…però stiamo attenti a non osannare un modello che così come lo conosciamo ora è forse inadatto ad affrontare le sfide di un’epoca di economia post-capitalistica. Trasformandosi il capitalismo, finendo questo, inevitabilmente entrano in crisi tutti i modelli economici a lui dialetticamente correlati, come ogni socialismo che si rispetti.
La nostra regione ha prosperato per cinquant’anni riuscendo a non tradire lo spirito comunitaristico e di solidarietà sociale, e sono il primo a sfidare chiunque a trovare un modello sociale che sappia meglio unire efficiente crescita economica e solidarietà (giustizia) sociale – sulla stessa scala territoriale. Però che sia stata una crescita consumistica e irrispettosa dell’ambiente, e quindi anche foriera di certi comportamenti poco virtuosi, è altrettanto innegabile.

Viviamo in una regione ricca ma ancora legata all’agricoltura, almeno idealmente, e da questa vorrei partire. Spendiamo fior di finanziamenti regionali e provinciali, oltre che tempo e energie intellettuali, ad inventarci nuove soluzioni per questi lavoratori che devono riproporsi sul mercato come produttori di energia (fotovoltaico e biomasse), oppure ristoratori e albergatori con gli agriturismi, oppure ancora come piantatori di boschi; semplicemente perché non riescono a fare quello che vorrebbero (o dovrebbero) principalmente: vendere i loro prodotti. Ma se la terra non rende più a chi la lavora non è colpa di chissà quale entità finanziaria o economi: piuttosto dobbiamo avere il coraggio di puntare l’indice contro le grandi catene di distribuzione che svuotano il mercato di significato imponendo i loro prezzi, prima fra tutte – paura paura –  Coop Estense.
Il nocciolo della contraddizione emiliana (crescita economica solida insieme a un’uguale dignità sociale dei cittadini) ha nello sviluppo economico il suo tallone d’Achille, poiché l’Emilia Romagna ha, per certi aspetti economicamente fondamentali, vissuto al di sopra delle proprie possibilità naturali e ora si trova ad affrontare la crisi del proprio modello di crescita.

Riflettiamoci per un attimo con spirito franco, perché forse sono io a non orientarmi per niente su questioni di ca$h, ma credo di avere almeno un briciolo di ragione. 1) La crisi è nata da una bolla del mercato immobiliare: l’Emilia Romagna negli ultimi 15-20 anni ha cementificato il proprio territorio a un ritmo di 8 ettari al giorno, lasciando spazio alle infiltrazioni criminose (avete presente S. Agata Bolognese?). 2) Insieme all’edilizia l’altro mercato in crisi è quello dell’auto, con la differenza che questa crisi è ancor più fisiologica del primo, andando il petrolio a esaurirsi: l’Emilia Romagna investe sulle autostrade e se ne vanta, né più né meno di un Berlusconi che, senza idee, punta ad ammodernare il paese costruendo le STRADE. Dimenticavo: per celebrare un mezzo di trasporto destinato alla trasformazione radicale come l’automobile, a Modena ci costruiamo pure un altro AUTODROMO. 3) L’Emilia Romagna deve promuovere la diffusione dei negozi di vicinato e non degli Ipermercati (di Ipercoop in provincia di Modena ce ne sono 4!). Basta con ‘sta palla della cooperazione, i prezzi della Coop sono bassi, stracciati, economicamente vantaggiosissimi, ma sono parte di un sistema economico di sviluppo che va esaurendosi. A me i negozi dei pakistani in centro piacciono. Altrimenti macchina, seimila imprecazioni in mezzo al traffico, Grandemilia – convenienza & signorine.

Queste le poche cose che so di economia.

Per il resto, prontissimo a battere un nuovo ritmo insieme.

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