10.2010 – Ladri di frutta e moral luck: Un pretesto metaculturale

di Antonio Ferro

Nell’età tardoindustriale un certo genere di reati di piccola entità (abigeato, furti di frutta, di grano o di mezzi agricoli) non fanno più scalpore in quanto tali. Il motivo: assicurazioni, società afuente, urbanesimo, vattelappesca. Quel che è certo, l’esperienza quotidiana dell’umanità occidentale post-malthusiana (o quantomeno di una sua larga parte) non è di norma caratterizzata da questo genere di eventi. Al contrario, il fatto stesso che di tanto in tanto essi si verifichino è fonte di stupore (ad es., l’anziana pensionata che infla due sedani nella borsetta, o il settantenne compito che occulta pane e formaggio nel fodero della giacca). Che ampie sacche di povertà (o forse, tecnicamente, miseria) resistano e anzi vadano espandendosi nell’Occidente finanziarizzato e terziarizzato è un fatto tragicamente vero e abbondantemente documentato, dal quale però qui dovremo fare astrazione, per lasciare emergere, attraverso un esempio forse peregrino, ma circostanziato, un problema filosofico senz’altro molto più innocuo e molto meno pressante, ma intuitivamente chiaro e non privo di qualche interesse per il profano. Per trasformare in vissuto il nostro passato recente, si può sempre sfogliare un quotidiano di provincia o magari rivedere “Ladri di biciclette” o altre cose neorealiste. Lasciando invece da parte interessi storici o sociologici, in modo da introdurre un punto di vista simile a quello che cercheremo di illustrare qui, basti pensare a qualche sequenza di Johnny Stecchino, in particolare quelle in cui viene messa in scena l’apparente gratuità del furto reiterato di banane da parte dell’omonimo protagonista, uomo senz’altro non mosso dal bisogno, altrimenti ingenuo quanto probo. Si può così tentare di enucleare fatti di un genere diverso, dati che abbiano cioè rilevanza per il filosofo (morale).

Più curioso è probabilmente che almeno due figure di spicco della cultura occidentale, rispettivamente, un padre della Chiesa (Sant’Agostino) e un grande scrittore americano (Samuel Langhorn Clemens alias Mark Twain), ancorché cronologicamente piuttosto distanti, e molto diverse per fisionomia intellettuale, abbiano condiviso, negli anni dell’adolescenza, una pratica illecita cui abbiamo sin qui alluso: l’appropriazione indebita di frutta. Un’attività addirittura lessicalmente codifcata dalla lingua inglese, che dispone di un verbo specifco per designarla: to scrump. Ciò che è certo, questa esperienza, più prosaicamente, ha accompagnato fino a qualche generazione fa l’ingresso nell’età adulta di adolescenti anche meno celebri di Sant’Agostino. In ogni caso, prima dell’avvento dei vari paraphernalia tecnologici di cui si servono i bambini postmoderni, che poi forse continueranno a rubare frutta almeno virtualmente. Chissà. Date però le nostre velleità teoretiche, possiamo però tornare proprio ad Agostino, attraverso le meditazioni di Edward Bond (tra le altre cose, sceneggiatore di Blow Up), ossessionato dalla pervasività delle immagini sfruttate dalle religioni: “[…] si pensi all’albero nel giardino dell’Eden, che ebbe come consequenza l’introduzione della morte nella vita umana, e l’albero della crocifissione; sono immagini che abbiamo visto (abbiamo tutti visto alberi, e in fondo Adamo ed Eva non sono forse stati condannati per essere andati a rubare frutta [having gone scrumping, appunto]? È peraltro interessante notare che un grande filosofo quale Sant’Agostino trascorse gran parte della sua vita torturato dal senso di colpa per essere andato a rubare qualche pera da ragazzo!)”. Ora, se è dubbio che l’atto di Eva possa essere in senso stretto qualificato come furto (di frutta) – così, in effetti, è definito, almeno metaforicamente, in un ramo della tradizione esegetica rabbinica –, è invece corretto dire che la vicenda del furto (notturno!) di pere segnò profondamente Sant’Agostino, il quale in effetti per buona parte del secondo libro delle Confessioni non fa che macerarsi nel rimorso per una ragazzata commessa a sedici anni, che definisce “marciume”, “mostruosità di vita” e “abisso di morte” (putredo, monstrum vitae et mortis profunditas), per poi lodare la magnifcenza del Creatore e invocare la sua misericordia. Ciò che il Doctor Gratiae si premura di rimarcare, nella sua ansia di assoluzione – solo in parte mitigata da un giovanile spirito di emulazione, unito alla (presunta) depravazione dei suoi compagni di sventura (nequissimi adulescentuli) –, è l’assoluta gratuità del gesto, l’assenza di qualsivoglia motivazione (ut essem gratis malus et malitiae meae causa nulla esset nisi malitia) o anche solo di un’attenuante (la fame, l’indigenza, o più semplicemente, una passione smodata per pere irreperibili al mercato o nei frutteti paterni), e il particolare piacere collegato all’atto stesso piuttosto che al suo oggetto transeunte (per sua stessa ammissione, i frutti non erano allettanti (inlecebrosi) né per aspetto né per sapore), un piacere che potremmo chiamare di secondo grado: “[…] volli commettere un furto e lo commisi senza esservi spinto da indigenza alcuna, se non forse dalla penuria e disgusto della giustizia e dalla sovrabbondanza dell’iniquità [nisi penuria et fastidio iustitiae et sagina iniquitatis]. Mi appropriai infatti di cose che già possedevo in maggior misura e molto miglior qualità; né mi spingeva il desiderio di godere ciò che col furto mi sarei procurato, bensì quello del furto e del peccato in se stessi […] Non l’oggetto per cui mi annientavo, ma il mio annientamento in se stesso io amai, anima turpe, che si scardinava dal tuo sostegno per sterminarsi [in exterminium] non già nella ricerca disonesta di qualcosa, ma della sola disonestà” (II 4, 9). Una reazione apparentemente spropositata, e che probabilmente va almeno in parte spiegata con l’adesione e la successiva abiura del Manicheismo da parte del giovane Agostino, un tempo infuenzato dalla simbologia arborea tipicamente manichea, e preoccupato, nel suo resoconto retrospettivo/palinodia, di prenderne le distanze. Del resto, gli alberi, nella loro densità di rinvii simbolici e attraverso una rete di rimandi allegorici, rimarranno anche nelle Confessioni una costante preoccupazione del pensatore di Ippona. (Cfr. Leo C. Ferrari, “The Pear-Theft in Augustine’s Confessions”, Revue des Études Augustiniennes, 16 (1970), pp. 233-241). Bond ha quindi senz’altro ragione quando insiste sulla potenza delle immagini anche in relazione alla speculazione filosofca e teologica. Appena un poco meno compiaciuto, o forse addirittura sobrio, e ad ogni modo più pertinente rispetto al tema dichiarato nel titolo, parrebbe invece il breve aneddoto autobiografco di Mark Twain, cui lo scrittore doveva comunque annettere una certa importanza, se è vero che egli ne fece menzione in almeno tre circostanze, di cui due per iscritto, non senza variazioni stilistiche e differenze d’accento. La prima volta in una conferenza viennese, cui era presente anche Sigmund Freud, noto estimatore di Twain, il quale ne fa cenno già in una lettera datata 9 febbraio 1898 all’amico Wilhelm Fliess, e poi in una curiosa nota nel settimo capitolo de Il disagio della civiltà, in cui riferisce anche di una “deliziosa storiella” (eine köstliche kleine Geschichte) dal titolo The First Melon I Ever Stole (“Il primo melone che rubai”), narrata da Twain nella stessa occasione, per esemplifcare la sua idea, su cui Freud essenzialmente concorda, secondo cui la morale (die Moral, o freudianamente anche, “il potere della coscienza nel Super-Io”) sarebbe accresciuta o promossa (gefördert) dalla sfortuna (Missgeschick). Non è dato sapere se l’autore di Huckleberry Finn si basi sulla sua immaginazione letteraria o su fatti realmente accaduti, e quale genere di valore di verità rivendichi per la sua teoria (posto ovviamente che ne abbia una propria) che, a detta di Freud, connetterebbe da un lato la sfortuna o, più in generale, lo “scacco esterno”, potremmo dire anche, la mancata collaborazione da parte della realtà (äußere Versagung) e dall’altro la formazione (o l’ irrigidimento) della coscienza morale, in quanto distinta dal e ontogeneticamente anteriore al Super-Io. Il racconto, invero godibile, verrà poi pubblicato l’anno seguente (per la precisione il 14 Dicembre 1899) su un hebdomadaire neozelandese di allora, l’Otago Witness (http://www.paperspast.natlib.govt.nz/cgi-bin/paperspast? a=d&d=OW18991214.1.62&e=——-10–1—-0dog–), con il titolo L’anguria di Twain (Twain’s Watermelon: non più melone, quindi, o forse è Freud a storpiare il titolo nella sua opera del 1929) e il catenaccio Era all’incirca la primissima volta che avesse mai rubato (lett. It was among the very frst he ever stole). Una versione del racconto verrà ripubblicata nientemeno che in uno speciale del New York Times il 12 Maggio 1907 (http://query.nytimes.com/mem/archive-free/pdf? res=F60810FF3E5D12738DDDAB0994DD405B878CF1D3), in un contesto molto peculiare, in cui cioè Twain, dopo essere stato (soltanto formalmente) arrestato con l’accusa di fumare sigari in una riserva del governo, è impegnato in una sorta di difesa della sua buona reputazione di fronte al pubblico americano. Il titolo dato dal quotidiano al suo intervento è: Il potente Mark Twain intimidisce i marines. Il sommario prima recita: Racconta di come i galoppini del governo si fanno prendere dalla paura nell’organizzare il suo arresto, e poi promette una morale sibillina: Il bene deriva dal “ritiro” di un’anguria.

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