10.2010 – Devoti alla roba

Il direttore di Mumble: Mirko Roglia intervista la scrittrice Antonella Lattanzi a proposito del suo ultimo libro “Devozione”.


Antonella Lattanzi è nata nel 1979 a Bari e vive a Roma. Quest’anno ha esordito alla narrativa con il romanzo Devozione, edito da Einaudi e già investito da numerose critiche positive e da un ottimo successo di pubblico. È la storia di due giovani eroinomani, Nikita e Pablo, corrosi da una dipendenza che non lascia scampo e che condiziona ogni dettaglio della loro esistenza. Fugando ogni idillio, l’autrice ha scritto un romanzo che racconta, senza sconti né ostentazioni, la realtà della tossicodipendenza, metafora di ogni dipendenza umana. Per farlo, Antonella Lattanzi ha condotto in cinque anni una serie di indagini sul campo, calandosi personalmente nel mondo della droga oggi in Italia. Ne abbiamo parlato insieme a lei.

Antonella, la lettura di Devozione è un’immersione dolorosa in un mondo, quello del “demone” Eroina, che molti credevano scomparso. In realtà a cambiare è stata soprattutto la tipologia del tossicodipendente. Nel libro infatti scompare il tossico sottoproletario rifiutato dalla società ed emerge al contrario un drogato piccolo-borghese, in qualche modo “integrato”.
È più o meno così. L’universo delle droghe investe ormai la società in maniera eterogenea. L’eroinomane di ieri aveva nel buco l’unica evasione possibile da un mondo che provava schifo nei confronti della “roba”. Oggi invece l’eroina è potenzialmente ancora più distruttiva perché pervade qualsiasi ambiente: spesso si giunge ad essa in età avanzata, come “calmante” della cocaina, ci si può aspettare una dipendenza dal buco in ogni ambito ed infatti ci sono molti professionisti rispettabili che fanno uso di eroina. Prima l’eroinomane era riconoscibile, era uno stereotipo. Oggi l’eroina non è esclusiva di un tessuto culturale specifico, ma risulta paurosamente trasversale.
Quindi non è mai finita la stagione del buco?
Effettivamente no. Solo che oggi se ne parla meno, proprio perché la società intera ne fa uso e tende a mantenere una coltre di silenzio auto-tutelante. In realtà continua la falcidia dell’Aids ed ancora di più quella dell’epatite C, il killer silenzioso che può manifestarsi anche decenni dopo la contrazione.
Tu hai parlato esplicitamente di una tua fascinazione per l’eroina. Come nasce?
Nasce come fascinazione per qualsiasi deragliamento dell’uomo. Ho cercato di scrivere un romanzo sulle dipendenze, prendendo l’eroina come grande metafora onnicomprensiva e tentando di rompere una serie di luoghi comuni al riguardo. Ad esempio l’equazione secondo la quale qualsiasi esperienza distruttiva rientra nel desiderio di trasgressione: non è così. Anche un amore doloroso, non corrisposto, è un’esperienza distruttiva, ma non viene letto come una forma di trasgressione. Stesso discorso vale per l’alcool, che crea una dipendenza devastante ma è accettato a tutti i livelli. Altri miti da sfatare sono l’induzione al buco da parte dei modelli culturali o l’iper-sensibilità del tossico: tutte giustificazioni costruite per nascondere un atto che si origina dalla pulsione auto-distruttiva che ogni uomo ha in sé e che ognuno esprime in vari modi. Il buco è un  modo estremo per soddisfare questo masochismo, questo male di vivere.
Quindi non ha nulla di poetico l’eroina?
La sostanza in sé no. È un demone di morte che sottrae ogni bellezza. Le persone che vivono questo inferno invece possono essere piene di poesia e dolcezza, esattamente come chi non ha mai avuto a che fare con l’eroina. Io ho voluto sottolineare che l’eroinomane è prima di tutto una persona come le altre. Come tutti vive – almeno nei momenti di lucidità – gioie, dolori ed amori. Per il resto è un’altalena fra l’immenso piacere psico-fisico che dà la siringa e la sofferenza atroce dell’astinenza.
In questo senso lo Stato come aiuta i tossicodipendenti?
Il sistema dei Sert sarebbe un ottimo modello se davvero mettesse in contatto il drogato con un ambiente sanitario ed umano per sconfiggere la dipendenza. In realtà il tossico passa dall’eroina al metadone, la cui astinenza fisica può durare per 28 giorni mentre per la “roba” sono in media solo 3 e in questo modo il tossico rischia di rimanere dipendente da metadone fino alla fine dei suoi giorni. Ci sono alcune cliniche, come la Villa Maraini di Roma che cito nel libro, che davvero lavorano per la fine di ogni dipendenza, ma sono poche. Nella maggior parte dei casi si entra in un Sert come si entra dal verduraio, si prende la propria dose di meta e chi s’è visto s’è visto.
Spesso hai associato ai personaggi di Devozione, la parola “mostri”, evocando anche il dio deforme Pan. È l’eroina in particolare, più delle altre droghe, che “mostrifica” il tossico?
La “pera” per un tossico rappresenta di certo una cesura forte nel mondo della droga e tuttora l’eroina è la sostanza che più delle altre modifica nel profondo la personalità del tossico. Per questo credo che, anche chi ha smesso, certe qualità umane che aveva prima della dipendenza dalla “roba” non le possa più riacquistare. È chiaro che ogni essere umano è potenzialmente un “mostro”, droga o no. Diciamo che l’eroina, oggi più che mai, dato che è completamente all’interno del modello capitalistico del consumo senza freni, risulta più pervasiva e molte più persone sono da considerarsi “a rischio”. Con l’eroina, al di là della dipendenza fisica, diventi “mostro” immediatamente, fin dal primo utilizzo, mentre con le altre droghe la situazione può essere più sfumata. Ricordo un ragazzo, noto per la sua bonarietà, che frequentava piazza Umberto a Bari, insieme a me. Ebbene, nel ’95 ci fu un ingresso massiccio dell’eroina fra la gioventù barese e questo ragazzo cambiò radicalmente nel giro di pochissimo tempo, diventò una persona cattiva, un “mostro”.
La tua scrittura è incredibilmente aderente ai fatti che descrivi, riesci a deformare tempo e spazio quando i personaggi sono “a rota”, riesci a moltiplicare i piani della percezione quando sono “fatti”, riesci ad ingrandire gli ambienti con la lente di chi li sta vivendo.
Credo che in un romanzo tutto debba essere, al tempo stesso, la storia ed il protagonista di essa: i luoghi, i momenti e chiaramente i personaggi. Bari è il luogo dell’infanzia e della fascinazione per le droghe, Bologna è la metà mitica della Prima Pera, Napoli è il paese dei balocchi in cui tutto è possibile, Roma infine è la città dell’età adulta, dove i nodi vengono al pettine e la tossicodipendenza diventa una realtà da affrontare quotidianamente.
Nel libro citi a più riprese vari autori: Pavese, Fenoglio, Volponi, Pasolini, Tondelli, Siti, Wallace. Sono questi gli scrittori che stanno dietro a Devozione.
Questi e moltissimi altri. Non esisterebbe la scrittura senza la lettura, alla quale devo tutto. Come ha detto lo stesso Walter Siti, “la scrittura è un effetto collaterale della lettura”. Non si può fare a meno dei maestri, salvo poi avere la capacità di andare oltre. Qualcuno diceva “non voglio leggere una riga di un autore che abbia scritto più di quanto abbia letto”. Non c’è altro da aggiungere.

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