10.2010 – Diavolo di un contadino.

di donato gagliardi

C’è un angolo del Frignano, in cui tre comuni – Pavullo, Lama Mocogno, Polinago – s’incontrano.

Immerso in un bosco rigoglioso di querce e castagni, si trova un crocevia di sentieri che sembrano non avere meta.

Se un viaggiatore inesperto, giunto al bivio sterrato che prolunga l’asfalto che serpeggia dalla maestà di Casa Ritorno, sceglie la direzione sbagliata, finisce col ritrovarsi in una regione solitaria e strana. O meglio, straniante.

Il terreno sale, la ghiaia diventa sabbia e poi ancora argilla, le pareti di roccia e rovi si addossano sempre più alla carreggiata della strada tortuosa.

Gli alberi delle macchie che si susseguono paiono subito troppo grandi, ed erbacce, rovi, e sterpaglie raggiungono un’esuberanza rara in regioni che si spacciano per abitate. I campi coltivati che si scorgono in lontananza, invece, appaiono magri e aridi, mentre le poche case che s’incontrano hanno un aspetto decadente, decrepito.

E’ raro che lo straniero che attraversa queste lande si azzardi a chiedere indicazioni. Ci si imbatte in personalità silenziose, furtive, che danno l’impressione di realtà proibite, che conviene evitare.

Oltrepassate gole e burroni di raggelante profondità, si giunge ad uno spazio vasto, che pare essere immune dall’avanzata inesorabile della vegetazione.

Qui si erge un monolite, la cui forma ricorda quella di un gigantesco avambraccio.

E’ il Ponte del Diavolo, ribattezzato Ponte Ercole dai locali per dissipare l’alone di mistero ed esoterismo che lo avvolge.

Numerose leggende al sapore di zolfo hanno il Ponte del Diavolo come ambientazione. E’ noto a tutti che lo sventurato ignorante che dovesse infilare la testa nel foro di una delle protuberanze della roccia, avrà il senno corrotto dalla visione del demonio. O, peggio, verrà decollato da forze magiche.

Si racconta di riti pagani ed orgiastici tenutisi regolarmente, per secoli, dalle streghe della zona, ai piedi della gigantesca roccia.

Si narra del luogo come sorta di immenso forziere di Belzebù, il quale pare fosse solito traslocare in questo bosco sassi, alberi, corsi d’acqua e qualsiasi altra creazione dell’Onnipotente volesse sotrarre agli inutili servi di Dio.

Ma è chiaro che di leggende si sta parlando. Nemmeno le cronache antiche di inesplicabili morti registrate in zona, farà vacillare la fede illuminista del viandante moderno. Nemmeno le descrizioni tramandate dei ritrovamenti di cadaveri contorti, arcuati, massacrati da mastini mai cacciati, o delle infami collocazioni, avvenute nottetempo, di tiraggi di fil di ferro che mozzano le teste dei motociclisti che sventuratamente qui si perdono, turberanno l’ homo technologicus.

Addirittura, una di queste leggende narra di un contadino locale dalla parlata colorita – vissuto intorno alla metà del diciottesimo secolo – che, per raggiungere i propri terreni, doveva attraversare un avvallamento che spesso le piogge facevano diventare torrente.

La cosa lo costringeva sovente ad un lungo giro, o a rischiare il guado nella melma; un giorno, stanco di ciò, chiese al Diavolo di aiutarlo dicendosi disposto a donargli l’ anima.

Naturalmente il Diavolo accettò e di buon grado e si precipitò a prendere un ponte. Mentre lo portava a destinazione, passando nel bosco, fu attratto da un sabba di streghe che ballavano discinte; non era in programma alcun rito, per quella sera, lo sapeva bene, eppur si fermò attratto da tanta leggiadrìa. Le streghe non erano altre che le figlie del contadino, costrette dal padre – sprezzante delle eventuali ritorsioni demoniache – ad impersonare malefiche arpie. Il Diavolo, distratto dalle danze, posò il ponte e si dimenticò dell’arrivo dell’alba, per lui letale. In questo modo, il contadino gabbava il Diavolo, costringendolo in un profondissimo pozzo, nelle vicinanze del Ponte, dal quale non sarebbe più potuto uscire, ma dal quale avrebbe potuto continuare ad emettere versi strazianti ed animaleschi.

Questa storia sembrerebbe essere testimoniata da una targa, inchiodata ad un castagno nei paraggi della gigantesca roccia, riportante un passaggio del sermone dell’ allora parroco di Sant’Antonio, Don Bellori:

Occorre riconoscere che queste empietà che partecipano all’Infernale Schiera dei Demoni sono cose talmente accette da non poter essere negate; le malefiche voci di Azazel e Buzrael, di Belzebù e Belial sono state udite sortire dal profondo della terra da quantomeno una ventina di attendibili testimoni, tutt’ora viventi. Si tratta di lamentazioni, urla e strepiti che nessuna normalità al mondo può generare e che dovevano inevitabilmente scaturire da quella cavità che solo la magia nera sa aprire e solo il Diavolo riempire.

Chi la legge, solitamente se ne va irritato. Solo leggende.

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