10.2010 – Rabbia

D’inverno il peggiore incubo di qualsiasi bambino è dover tornare a casa quando fa buio e sentire un branco di cani, tutti quegli ululati e quei fruscii che si avvicinano nel buio, sempre più forti. Un mostro senza volto con un milione di denti e artigli. Ogni tanto qualcuno trova un cervo mulo assalito da un branco, e il cranio è il pezzo più grosso che vi rimane. Il resto, la pelle, lo scheletro, è sparpagliato ovunque, strappato a morsi, lacerato con i denti. Se è un coniglio, magari trovi una zampetta con un po’ di pelo fradicio e morbido, come quelle che la gente usa a mo’ di portafortuna.

Anche il cane di Casey ogni inverno scappava con i branchi, finché un giorno sparì del tutto. Quando i branchi cominciavano a girare, a caccia, il loro cane di notte si metteva a saltare sul divano, guardava fuori dalle finestre, con le orecchie dritte, in ascolto. I branchi erano più che altro una diceria, nessuno li vedeva mai. Una mezza leggenda. Gli unici mostri che abbiamo mai avuto da queste parti. Diciamo più di una mezza leggenda. L’idea che quei cani, tra cui magari c’era il tuo, potevano impazzire e darti la caccia. Che il tuo cane poteva seguirti mentre tornavi a casa da scuola. Poteva trascinarti in mezzo alle sterpaglie lungo la strada. Di nascosto. Poteva saltarti addosso e farti a pezzi, morso dopo morso. E hai voglia a chiamarlo “Fido”, o dirgli “A cuccia”, dirgli “Seduto”. Il cane che ti ha fatto compagnia, fin da cucciolo, che hai sculaccia col giornale, quello stesso cane può azzannarti al collo e squarciarti la gola. Fido può ululare sul tuo corpo mezzo morto e bere il sangue ancora caldo pompato da quel cuore che gli era tanto affezionato.

(Chuck Palahniuk, Rabbia, una biografia orale di Buster Casey, 2007)

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