Cosa vedono gli studenti?

Il mio modesto parere riguardo al ddl Gelmini, al suo iter parlamentare e alle relative proteste sparse per tutta la penisola è che personalmente non ci ho capito granché. E fin qui niente di strano, sono soltanto un venticinquenne che opera con gli strumenti epistemologici medi e limitati del caso. Però mi allarma constatare che non esistano posizioni chiare – nè a favore nè contro – tra le persone che questo disegno di legge lo dovrebbero spiegare.
E’ buffo in particolare prendere atto di un atteggiamento intellettuale molto sconfortante e credo, questo sì, davvero, tipico dell’italiano informato sui fatti. Mi riferisco all’eterno sapere già come andranno a finire le cose, che poi non è altro che una fuga da qualsivoglia responsabilità circa l’esattezza o meno del proprio giudizio. Molta paura di sbagliare, teoremi tipici di menti arrugginite e un poco stantìe, menti purtroppo di età anagrafiche diversissime.
Sì perché tante volte gli strumenti dell’opinione pubblica, ovvero la combo professori-opinionisti-addetti ai lavori più organi di stampa-social networks-televisioni inizia a parlare di un disegno di legge col taglio critico tipico di chi sa il fatto suo e guarda dall’alto in basso alla mediocrità politica entro cui siamo impantanati; salvo poi andare a parare da tutt’altra parte, difendendo cioè ciò che “vorrebbero ma non possono” (parafrasando un altro Bersani) criticare.
Al professore Odifreddi direi che forse agli studenti non frega granché se con la loro protesta in realtà favoriscono il baronato: perché il baronato si riprodurrà con forza ognor verde, probabilmente al di là dei rapporti di forza esistenti oggigiorno ma non per questo potenzialmente meno pericolosi.
Agli studenti non sta bene che venga meno una certa indipendenza della scuola e della ricerca pubblica, indipendenza messa a serissimo repentaglio da un ulteriore drammatico taglio che forse alla fine verrà ripagato con denaro proveniente da altri fondi, ma per la quale non c’è mai alcuna certezza. Agli studenti è stato raccontato per lungo tempo che lo studio e l’impegno garantivano una posizione nella società. A fianco a ciò, agli studenti viene fornita ogni minuto che passa un’immagine della società in cui il baronato è strutturale alla stessa esistenza di una carriera. E noi abbiamo il coraggio di mettere in discussione la protesta degli studenti a causa della loro presunta testardaggine a difendere i poteri costituiti all’interno delle università quando tutto intorno essi sono vessati quotidianamente da mille altri poteri costituiti? Caro professore Odifreddi, la stragrande maggioranza degli studenti che protestano non sa nemmeno cosa voglia dire in concreto “barone”. Non perché non ne conoscano: bensì perché nella nostra società i baroni sono dappertutto. D’altronde l’attaccamento al minimo privilegio che ci contraddistingue da “chi sta peggio di noi” è un atteggiamento che non si può sicuramente confinare all’interno delle università. E’ lo stesso attaccamento al privilegio che rende ciechi nei confronti dei diritti degli altri: era successo in maniera macroscopica qualche mese fa con le mamme di Adro, per intenderci quelle che riuscivano a pagare la retta della mensa e non volevano che i genitori meno abbienti godessero del “privilegio” (nei fatti umiliante) di avere le tasse scolastiche pagate da un benefattore. Nella loro ottusità esse non erano meno “baronesse” di qualsivoglia ordinario o Magnifico.
Per non parlare dei baronati castali collegati o ogni professione e ogni grado di carriera: per gli studenti ogni appello al buon senso riformatore è una scusa bella e buona, perché non si va da nessuna parte se tutt’intorno è la stessa feccia. Ricordiamoci poi che mentre gli studenti sono una categoria a tempo, che viene giudicata in un lasso temporale ben definito della propria vita, la categoria dell’uomo o della donna in carriera appare sempre come un diritto inalienabile una volta conquistato.
Pertanto, giungo alla conclusione che in mezzo a queste voci che cianciano di merito e riforma senza averne alcun titolo, la soluzione è affidata all’inventiva e alla capacità di persuasione della parte coinvolta. E mi sembra che la voce degli studenti in merito non sia né priva di argomentazioni né priva di forza comunicativa (si veda a questo proposito il bel commento di Vaime e l’articolo di Mello).
Quando il terreno tutto intorno è falsato non si può pretendere che siano gli ultimi a dare il buon esempio.

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