Il problema dei diritti spiegato a Castelli

“Intanto la signora dovrebbe imparare l’educazione”. Così inizia la risposta di un viceministro a una cittadina la cui figlia nasce con un delitto sul capo, quello di clandestinità. “Se mio figlio nascesse in Brasile, per esempio, io non vorrei che fosse brasiliano”. Per questo è normale togliere i diritti a chi (per fortuna) la pensa diversamente da un qualunque beone da trattoria travestito da ministro. Perché ai leghisti non piace. “Signora lei e suo marito dovete uscire dall’illegalità!”. Capiamo l’arroganza di queste persone che hanno reso impossibile la normalità alla gente che vediamo tutti i giorni, che stanno nella nostra stessa quotidianità, che frequentano le nostre scuole, che lavorano con noi. Che, come noi, dovrebbero essere LIBERI di decidere cosa cazzo fare della propria vita. Perché Castelli ripete come una litania che la signora Nadia, a Milano, non avrebbe di questi problemi. Che guarda caso i problemi ce li ha dove vive, cioè a Bologna, governata dalla sinistra. Capiamo l’impossibilità fisica di chi parla così a vedere il valore della libertà di nascere o di capitare o di volersi spostare da una città all’altra, da un Paese all’altro? Vogliono l’indipendenza della “padania”, ma soprattutto vogliono che tutti stiano al loro posto conducendo vite preconfezionate che in tal modo si devono ripetere, fino alle ore 22 che sennò dopo si disturba la gente che lavora. Perché ogni sconvolgimento dell’ordine dato – ancorché innocuo – è un’opzione di vita che i governanti devono concedere ai cittadini. Invece c’è chi non si pone questo problema, ché “se stavate a casa vostra questi problemi non ce li avevate”. Come? Sì magari non li avremmo avuti. Magari avremmo continuato a vivere di stenti in un Paese del terzo mondo in cui l’Occidente è fatto carezzare come un eldorado magico, magari avremmo continuato una routine insopportabile, fatta di piccole vessazioni quotidiane, la tessera alimentare o il lavoro instabile e malpagato oppure continuo e schiavistico, senza medicine né scuole in cui mandare i figli, magari impegnati a sopravvivere in una delle tante guerre che gni tanto scoppiano tra chi li governa.  Qualcosa che noi non riusciamo a comprendere essendo così felici della nostra routine, fatta degli stessi veneti che vivono nello stesso paesino parlando la stessa lingua da secoli, senza essersi accorti che anche il Veneto e pure la Lombardia e il Friuli cambiano, e in Italia o in “padania” saranno comunque abitati da qualche centinaio di migliaia di persone con storie semplicemente DIVERSE, storie quotidiane di piccole gioie e piccoli o grandi ostacoli da superare, persone i cui genitori hanno dovuto lasciare il loro Paese e magari come questa signora lottare e alzare la voce e – perché no – essere maleducata per farsi ascoltare.

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