DROGA

[testo di Daniele Dieci, illustrazione di Adam Ferlin]

Se consideriamo le carceri di Modena Sant’Anna e Saliceta San Giuliano, nel 2009 la percentuale dei tossi- codipendenti presenti nelle strutture di detenzione oscillava tra il 35 e il 37 %: 180 al Sant’Anna e 85 a Saliceta (www.buonacondotta.it). Valori altissimi, leggermente superiori a quella media nazionale che stima in un 30 % la presenza di tossicodipendenti nelle patrie galere, valori che tanto hanno a che vedere con il rigido impianto legislativo italiano. È stato lo stesso senatore Giovanardi, orgoglioso prodotto di casa nostra, ad aver firmato, nel febbraio 2009, il nuovo Testo Unico sugli stupefacenti (legge n. 49/2006), capace di aumentare notevolmente il ricorso a misure detentive per chi viene sorpreso a consumare o spacciare stupefacenti. Se poi a quest’ultima andiamo ad aggiungere la legge ex Cirielli, che altro non va se non aumentare la pena per un recidivo ed allungare i tempi per misure alternative di detenzione, possiamo capire agevolmente come questi dati, quantomeno sorprenden- ti, risultino essere in ultima analisi figli in parte di una costruzione normativa granitica, severa e perversa. Andando più nello specifico, il Testo Unico non prevederebbe esplicitamente sanzioni penali per la semplice condotta del consumo, anche se, all’articolo 73, è stato aggiunto il comma 1-bis che disciplina azioni di importazione, esportazione, acquisto, ricezione a qualsiasi titolo e detenzione di sostanza stupefacente. Tali condotte, a ben vedere, possono però essere compiute tanto dallo spacciatore quanto dal consumatore. Rientra dunque nei compiti del giudice stabilire, caso per caso, se si sia trattato di uso personale o di spaccio. E la conseguenza di tutto questo è presto detta: osservando i dati del biennio 2006-2007 pubblicati dall’associazione Antigone, “il numero di tossicodipendenti che annualmente transitano dalle carceri italiane (24.646 nel 2006, 24.371 nel 2007) è decisamente superiore a quello di coloro che transitano dalle comunità terapeutiche (17.042 nel 2006, 16.433 nel 2007)”. La proporzione tra approccio repressivo e approccio terapeutico è sensibilmente sbilanciato a favore del primo, comportando un sovraffollamento inumano e disumano. Il procura- tore di Modena Vito Zincani, in una visita al carcere di Sant’Anna a metà agosto, rincara la dose: “sarebbe necessario che il carcere venisse considerato come un luogo di rieducazione e recupero, come stabilisce la Costituzione, piuttosto che come una ‘discarica sociale’”. Parole forti, che non sono passate inosservate, e che hanno per qualche istante riacceso i riflettori sulle con- dizioni del carcere di Modena, con una popolazione carceraria di 456 unità (all’agosto 2010 – ma in media la popolazione è di 500 unità), a fronte di un’abitabilità prevista di 242 de- tenuti. “Nel 1998 – sintetizza il sindaco di Modena Giorgio Pighi – i detenuti condannati a pene alternative in Italia erano più numerosi di quelli dietro le sbarre. Poi c’è stato un cambio di rotta e le carceri scoppiano di nuovo.” Le soluzioni potrebbero essere molteplici come molteplici sono le ferme critiche al cambiamento di un siste- ma che sembra davvero non poterne più. Un dibattito che ruota attorno, in sostanza, ad un’opposizione dicotomica di valori, un’opposizione tra galera e detenzione alternativa, tra sanzione e terapia; un’opposizione che, in fin dei conti, ripresenta una lotta vecchia millenni, tra repressione e libertà.

 

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