12.2010 – El poder del perro.

di donato gagliardi

Fino a poco più di cinque anni fa Ciudad Juarez stava al Messico come Milano, o Torino, stanno all’Italia. Città simbolo di produttività e ricchezza (sebbene guadagnata sulle schiene dei più poveri), di lavoratori instancabili che dagli anni ’80 ai primi del nuovo secolo hanno assistito ad un’inarrestabile escalation del proprio tenore di vita. Una città lontana, insomma, dagli stereotipi di un Messico fatto di sole sieste, sombreros e folle impazzite per i luchadores e disgustate dal lavoro. Certo, la criminalità era presente, e si sapeva. I cartelli del narcotraffico operavano a ottimo regime, ma era una presenza ben mimetizzata, inserita nel tessuto economico della città. E che, dunque, non poteva permettersi grandi exploit di violenza o tentativi plateali di assalto ai poteri istituzionali (aveva, per intenderci, lo stesso modus operandi della ‘ndrangheta e della camorra nel nord Italia). Poi, come racconta Don Winslow in un suo bel romanzo, Il potere del cane, qualcosa è cambiato. Il paese centro-americano è sprofondato in una situazione caotica, per la forte contrapposizione venuta a crearsi tra i cartelli del Golfo e quelli delle città di Sinaloa e Juarez per il controllo sullo smercio della droga, soprattutto cocaina, proveniente dal Sudamerica. Un tempo in Messico si produceva l’oppio, la base per la morfina, che veniva esportato negli U.S.A.. Quando gli Stati Uniti cambiarono politica, in seguito al boom dell’eroina che aveva devastato il paese, Washington iniziò a sostenere il Messico nella caccia ai narcos, i quali a loro volta cambiarono tattica, puntando interamente sullo spaccio di coca. La situazione sembrò per un certo periodo sotto il controllo di un’unica grande Federaciòn degli spacciatori, peraltro gestita da un ex-poliziotto corrotto. Poi, come ricorda ancora Winslow, vi fu una nuova spaccatura interna e si arrivò così all’attuale caos, nonché ad una guerra tra cartelli. Che, con l’ascesa al potere del nuovo presidente messicano Caldèron, fautore della politica dell’intransigenza militare, si è col tempo trasformata in una vera e propria guerra civile, che vede contrapporsi, oltre alle milizie mafiose, quelle dell’esercito messicano. Non esisterebbe espressione più appropriata di questa – guerra civile – per descrivere l’attuale situazione, in Messico: secondo il quotidiano El Universal, dall’inizio del 2010 le vittime della guerra alla droga sono oltre 3.000; 19.000 morti dal 2005 ad oggi. Numeri degni di Iraq e Afghanistan. Ciudad Juàrez è l’epicentro di questa guerra, perchè è ormai la strada pressochè esclusiva della droga che viaggia a Nord e perchè così hanno deciso i lord del narcotraffico; e quella è gente che non gliene fa nulla di ammazzare a casaccio, tirando nel mucchio, peggio per chi ci si trova dentro. E’ la città più violenta del mondo, e se date un occhio a questo link potreste capirne il motivo:
http://totallycoolpix.com/2010/10/drug-wars/
I  cartelli colombiani badano ormai soltanto al traffico europeo; in una paradossale divisione del mercato internazionale l’America se la sono conquistata i cartelli messicani, e se la sono conquistata con quei 19.000 morti senza storia.
Ora che Ciudad Juàrez è il nuovo centro dell’universo, i miliardi di dollari che qui s’infilano nei forzieri delle banche messicane e americane fanno troppa gola al mondo della mala. E la guerra non solo è massiva, ma anche feroce. Ferocissima. Un conflitto che non consente innocenza, e dove è sempre in agguato, pronto a esplodere, il male assoluto: quella demoniaca crudeltà di uomini e cose cui una millenaria tradizione ha saputo dare un solo nome, evocativo quanto misterioso. Il potere del cane, El poder del perro. A Povenir, piccola cittadina ormai quasi svuotata dal terrore, i narcos hanno appeso un pezzo di cartone con le lettere scritte a biro: due mesi di tempo, e poi chi non se n’è andato finirà sottoterra.. Porvenir era territorio del cartello di Juàrez (chiamato la Linea), ma ora c’è la mafia concorrente, quella di Sinaloa, che non s’accontenta più di controllare l’area di Tijuana e vuole prendersi tutto. Chapo Guzmàn, il suo boss, sta arruolando truppe a man bassa. E la sua campagna di reclutamento ha successo soprattutto tra i ragazzi, giovanissimi, senza quattrini né mestieri. Li chiamano sicari, o tiburones, squali, e valgono 1000 pesos – meno di 80 dollari – per ogni morto che fanno. La situazione è così esasperata che alcuni analisti politici sono arrivati a definire il Messico uno stato fallito, uno stato che ha perso in modo definitivo il potere d’imperio su grosse porzioni del suo territorio. Non tutti concordano con questa visione. Secondo George Friedman, CEO del centro d’intelligence Stratfor, anzi “il Messico è uno Stato fallito solo se si accetta l’idea che il suo obiettivo sia quello di eliminare il narcotraffico. Nel caso in cui si accettasse l’ipotesi che tutta la società messicana tragga dei benefici dall’afflusso di miliardi dollari (malgrado un prezzo da pagare), allora il Messico non può essere considerato uno Stato fallito – seguirebbe una strategia razionale che prevede la trasformazione di un problema nazionale in beneficio nazionale”. In altre parole, Friedman parla di legalizzazione di – parte – dei beni di spaccio. Strategia che sempre più prepotentemente si sta facendo largo come unica via d’uscita possibile per il paese (l’inchiesta a riguardo, pubblicata dall’Economist il mese scorso, sostiene questa teoria in modo convincente). In questo inferno criminale, politico e sociale, anche l’Italia – o meglio, la sua parte malata – avrebbe una buona fetta di responsabilità. La ‘ndrangheta calabrese, un tempo principale partner europea dei cartelli colombiani, sembra aver instaurato ormai da alcuni anni, una intensa e proficua collaborazione anche coi cartelli messicani. I rapporti oscuri tra queste due organizzazioni sono ben descritti in un saggio d’inchiesta, scritto da Cynthia Rodriguez, una giovane giornalista messicana del quotidiano Proceso che da quattro anni vive in Italia, membra della rete di giornalisti/attivisti Periodistas de a piè (http://periodistasdeapie.wordpress.com): Contacto en Italia.

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