12.2010 – FALL

“Dona loro l’eterno riposo, o Signore. Il giusto sarà sempre ricordato, non temerà annunzio di sventura. Assolvi, Signore, le anime di tutti i fedeli defunti da tutti i vincoli dei loro peccati, possano meritare di evitare il giudizio finale per la tua grazia, e godano beati della luce eterna”.
Come nell’introito del messale romano, il regista visionario Darren Aronofsky nella pellicola “Requiem for a dream”, attraverso un racconto iperreale e allucinato sulle dipendenze lucidamente constatate, abbandona le speranze e i sogni tossici dei suoi personaggi per andare incontro ad un ineluttabile destino afflitto, che supplica perdono e compassione per un’umanità sfigurata e derelitta.
La vedova Sara Goldfarb vive in una dimensione ovattata e desolata, popolata unicamente dall’ossessione per la televisione e da un tale desiderio di dimagrire che la porterà all’assunzione disperata e inconsapevole di pillole, le quali si riveleranno però essere anfetamine.
Harry, il figlio di Sara, è invece un tossicodipendente che inizia a spacciare droga insieme alla fidanzata Marion e all’amico Tyrone. Sarà l’inizio dell’autodistruzione e dello sgretolarsi di ogni loro progetto.
La sceneggiatura, riadattata dall’omonimo romanzo di Hubert Selby Jr., è qui magistralmente modellata secondo una tripartizione da tragedia greca, nella quale vengono associati ai tempi dell’ascesa, del declino e della caduta, le tre stagioni dell’estate, dell’autunno (qui rinominato fall-caduta) e dell’inverno, omettendo tuttavia la catarsi finale, poiché impossibile a realizzarsi sulle macerie della dipendenza.
La dimensione onirica, delirante e convulsa della narrazione è supportata da un montaggio hip-hop in stile videoclip: sfrutta cioè espedienti narrativi di raccordo (immagine-suono) per far scorrere fluidamente le due storie parallele, secondo una progressione ascensionale in linea anche con il crescendo delle note della splendida e potente colonna sonora di Clint Mansell.
Anche la fotografia diventa funzionale e fondamentale per comunicare l’estetica sgradevole e putrida di un’esistenza deviata, che Matthew Libatique, il direttore della fotografia, ottiene con l’alternarsi di una cromatura che va dal verdastro al bianco lattescente, sinonimi di una realtà malata e in decomposizione.
Questa pellicola di Aronofsky ha la capacità di turbare e di graffiare fin nelle viscere i suoi spettatori facendoli precipitare nell’abisso di un incubo che, grazie alla cruda rappresentazione, fa riflettere riguardo all’inesorabile degrado verso il quale porta qualunque patologica dipendenza.

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