30.11.2010 cronaca di una protesta a Bologna contro la riforma Gelmini

Ore 9.50 arrivo in stazione dei treni. Bologna. Sono già lì due camionette di carabinieri e una della polizia in assetto antisommossa, sta arrivando una corriera dell’esercito.

Li spio, si salutano da veri compagni d’arme, sembrano studenti in gita. Noto che mi ricambiano d’attenzione, me ne vado, debbo far dei giri per librerie prima che inizi la manifestazione.

Alle 11 in piazza Verdi, quelli che sembravano semplici avventori si radunano ed inizia la folla di presenze. Arrivano anche i ragazzi delle medie superiori ed inferiori, sono carichi, cantano e slogheggiano, sono in giro dalle 9 e mezza per le vie del centro. Parlo con un po’ di persone, sono ben informate sulla riforma, sono lì perché si sentono la responsabilità di protestare. Non ci sono bandiere politiche né di governo (ovviamente), né di opposizione (fortunatamente). Qualche bandiera di lutto, vuoi per Monicelli suicida a 95 anni, vuoi per la decadenza di un sistema, vuoi per un aborto di governo che non è mai nato.

Via Zamboni è sempre più caotica, incontro anche la prof con cui devo fare la tesi, mi concede un ricevimento all’aperto di qualche battuta, poi decido elegantemente di lasciarla stare.

Dopo poco arrivano i ricercatori in camice da un altro corteo, inizia la parata di tutti, inaspettatamente verso i viali. Si corre. Perché siamo in tanti, perché c’è da fare molta strada, perché c’è voglia di agire. Siamo in tanti, tantissimi. Mi trovo tra le prime file dei manifestanti con Luca della redazione e un suo amico, Cosimo il fotografo, quando siamo sul ponte di via Stalingrado chiamo Mirko, il direttore, il quale si trova ancora in fila in piazza Verdi per partire. Questo per farvi capire più o meno l’orda di gente presente.

Ridendo e scherzando coi passanti solidali strombazzanti e dalle finestre plaudenti, inneggiando cori di disprezzo ed indignazione verso la Gelmini, i governanti e le mamme loro tutte, arriviamo fino in autostrada sull’A1 verso Milano ed ancor più avanti verso Padova. Piove, fa freddo, alcuni si disperdono una volta tornati in tangenziale. Da lì in stazione, dove ci stavano aspettando gli sbirri aizzati a dovere, già in formazione.

La gente lancia pomodori e vernice (credo siano partite anche un paio di bottiglie, ma vuote e non incendiarie, come da tradizione). Le forze dell’ordine caricano due volte creando disordine nella piazza della stazione tutta. Lanciano lacrimogeni arrivando ad intossicare la gente che aspetta al bar di là dalla strada antistante alla stazione, che non è chiusa, e la gente che scappa cieca dai manganelli rischia grosso tra le vetture sfreccianti. Mi arriva vicino un lacrimogeno, sto per vomitare, mi ripiglio. Sa di peperoncino, nel retrogusto direi anche un po’ di rafano.

La stazione non si riesce ad occupare, il corteo riprende verso piazza Maggiore dove terminerà.

La legge è passata alla camera. Non c’è stato niente da fare. Ci liquidano i commenti dei regnanti come capriccio di giovani scioperanti, nel frattempo ci rovinano senza vergogna, ci aizzano l’uno contro l’altro. Lotta sociale tra bassa e media borghesia, tra sbirri e farabutti. Questi politici vivono in una sfera trasparente e non conoscono la realtà vera. Non ascoltano il popolo, la gente, nemmeno hanno discusso alcuna delle 220 mozioni dell’opposizione. Stanno scadendo anche in retorica, per esempio: chi sa di essere nel giusto non fa un intervento così aggressivo e scomposto come quello di Silvio a Ballarò o come le feroci repliche che hanno seguito il discorso di Saviano sull’espandersi della mafia al nord. In questo caso Maroni, invece di richiede il contraddittorio sbraitando, avrebbe dovuto interrogare Saviano a ricevimento privato, facendosi spiegare per filo e per segno quello che sa ed indagare congiuntamente. Questo sarebbe stato di suo e nostro interesse.

Invece ci spacciano i loro interessi, per interessi comuni, quando investono la “cosa pubblica”, che è in mano per più del 60% a meno del 10% della popolazione. E a conti fatti tutto quello in cui si adoperano mira ad alimentare suddetta casta.

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