Un oggetto potente: il farmakon cocaina

[testo di Nino Settebellezze, illustrazione di Luca Torelli]

Per introdurre un discorso può essere utile, retoricamente parlando, ricondurlo ad un’origine connessa con un passato lontano. Per questo mi servirò di un termine risalente alla classicità greca; fonte inesauribile di miti fondativi (dunque, mezzo di rilettura) per l’Occidente moderno e contemporaneo.
Il termine farmakon può, a seconda del contesto, avere il significato di veleno o di medicina. Questa ambiguità di fondo apre una pista interessante: il nucleo concettuale del farmakon non risiede nel suo essere buono o cattivo. Ponendo dunque tra parentesi una simile valutazione, tralasciando cioè il livello etico-moral-legislativo di accettazione o interdizione sociale, dobbiamo piuttosto concentrarci su altre sue caratteristiche. Il farmakon è prima di tutto oggetto: concreto materiale prodotto, modificato, cercato, scambiato, accumulato, assunto. Inoltre è potente: si trova al centro di interessi incrociati e stratificati (economici, politici, scientifici, di consumo); viene distribuito o limitato, permesso o vietato da figure-chiave che godono di un potere politico strettamente connesso alla gestione del farmakon (li potremmo definire “specialisti”: lo sciamano, il medico, il narcotrafficante). E’ infine efficace: la modalità di assunzione, la percezione di un effetto, e dunque la capacità trasformativa, sono intimamente legate alle peculiarità pratico-teoriche degli specifici contesti socio-culturali.

Medicinali, droghe e veleni si prestano tutti a rientrare in questo tipo di definizione. Uno degli esempi più celebri è la cocaina. La foglia di coca ha lasciato le sue origini “tradizionali” di elemento rituale, per mutare in vero e proprio feticcio pop del Novecento. Elemento base di una “bevanda miracolosa” (la coca cola), poi strumento di laboratorio per i medici della psiche (tra i quali un giovane Freud in cerca di fama), questa “sostanza efficace” è infine risorta come droga. Da lì alla presa di posizione istituzionale in senso proibizionista, il passo è breve: nel Regno Unito il Dangerous Drugs Act del 1920 proibisce la “produzione, importazione, esportazione, possesso, vendita e distribuzione di oppio, morfina, cocaina ed eroina, eccetto persone autorizzate dal Home Secretary” *

Riprendiamo ora il punto che prima avevamo posto tra parentesi: limitarsi ad un giudizio sanitario-morale è troppo facile, la coca è molto più che buona o cattiva. E’ uno strumento di potere, ed il rischio di appiattire i discorsi alla nocività per l’organismo del consumatore è sempre dietro l’angolo. Un lavoro interessante è quello dell’antropologo Michael Taussig, My Cocaine Museum **: un’etnografia del villaggio di Santa Marìa, nelle foresta colombiana, dove la coltivazione della coca si intreccia alla guerriglia. Implicito è il legame con il luogo di destinazione del narcotraffico: gli Stati Uniti, società fortemente proibizionista e altrettanto fortemente consumatrice.

I problemi dei villaggi colombiani: la propaggine nascosta di un capitalismo che non vuole riconoscersi allo specchio, nella propria interezza, temendo la più grande proprietà magica di questa superficie. La riflessione.

*: tra le conseguenze, anche il “pubblico pentimento” degli specialisti: Freud stesso la definirà “flagello del genere umano”.
**: trad. italiana: Cocaina. Per un’antropologia della polvere bianca, Milano, Mondadori, 2005

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