Kheyre, Fuori Provincia

[Sante Cantuti (tesuonimale.blogspot.com)]

È la giusta punizione che riceviamo per colpa dei nostri avi. Poveri illusi! Come hanno potuto pensare di detronare Dio con una stupidissima torre? Di là il Signore, irato, confuse i nostri generi musicali che un tempo erano uno e ora sono mille. È colpa loro se oggi siamo arrivati all’abominio del crunk o della goa. Ma è forse grazie a quel truffatore di un prometeo biblico che oggi ci possiamo ascoltare Kheyre. Se devo essere sincero, in passato non l’avevo mai ascoltato attentamente, pensavo fosse un po’ troppo simile alle atmosfere di Capossela. Un po’ come quando mi spacciarono per rivelazione i Cappello a cilindro. Ma dopo il crollo della sua Babele, avvenuto nel 2009, il cantautore fece uscire un disco che mi stupì e non poco: “Pecore nere”. Qui Kheyre esce finalmente dal piccolo bar di provincia che lo teneva prigioniero e decide di perdersi per le vie del mondo. La totale mancanza di coerenza musicale tra un pezzo e l’altro di “Pecore nere” è in definitiva la grande coerenza del disco e il suo punto di forza maggiore. Inutile sarebbe fare l’elenco dei generi musicali toccati durante il disco: crossover alla RATM, rap, cadenze reggae, campionamenti elettronici, atmosfere cantautoriali, passaggi new age lennoniani e non so cos’altro. I personaggi descritti in questo disco sono tutte pecore nere, ultime ruote del carro, bastardi incastrati in un polistilismo inevitabile del XXI secolo.
Non proprio come gli esemplari che ci circondano, pecorelle bianche pronte a farsi tosare. Per tutti noi sarebbe davvero ora di salire su quella “Macchina sotterranea” cantata da K, sarebbe ora di farci accompagnare sotto la città dove non si vede la superficie patinata delle cose ma solo le radici. O se preferite dovremmo andare con lui su in soffitta tra i gesùbambini, i botti di capodanno e le pantegane. Insomma Kheyre, portaci dove ti pare, basta che sia nel mondo, lontano dalla provincia, lontano almeno quanto lo è il tuo disco.

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