01.2011 – L’immonda educatiòn che fa crescere con una bestia nel cuore

“Ci sono dolori da cui è impossibile guarire. Il nostro è uno di questi”.
Gli aneliti di un orrore infantile immondo e recondito, come la violenza e l’abuso da parte di un padre nei confronti dei figli, vengono narrati in maniera drammatica e intensa dalla scrittrice e regista Cristina Comencini nel film La bestia nel cuore.
Il film vuole raccontare quanto questo tipo di trauma infantile segni il profondo, annidandosi persino nei meandri più nascosti della sfera emotiva e relazionale, fin quasi alla rimozione inconscia come avviene per Sabina (Giovanna Mezzogiorno), creando pieghe oscure che diventeranno poi le piaghe di un Io diviso, perpetuamente tormentato.
Gli effetti chiaroscurali  quasi bergmaniani, pare vogliano irradiare la fotografia di una luce pallida e inquieta, onirica alla maniera di Freud, nella quale la profonda analisi psicologica fende la scena ricreando lo squarcio che invece è dell’anima. Inoltre, l’allusività dell’Indicibile è resa palese da immagini e musiche che sembra si ispirino all’Espressionismo tedesco di Fritz Lang del Mostro di Dusseldorf, dove l’incubo del vuoto visivo, lontano dal mostrarci il fatto compiuto, chiarisce la violenza attraverso l’angosciosa percezione evocativa.
Ma il disfacimento e la frantumazione interiore di un’infanzia violata vengono rappresentati, altrettanto potentemente, anche nella Mala Educación di Pedro Almodóvar.
Alla radice dei turbamenti dei personaggi, c’è l’abuso subito da Ignazio durante i suoi anni di collegio da parte di Padre Manolo. L’educazione religiosa di quegli anni, dominata da castighi, violenze, punizioni, ignoranza, ipocrisia e terrore del peccato, saranno alla radice dell’incurabile afflizione e struggimento dei suoi personaggi.
Almodóvar si cimenta in un noir melodrammatico ancor più eccessivo, debordante e provocatorio di altre sue pellicole precedenti, seguendo l’ordito di una narrazione sanguigna e passionale quasi sboccata. Non manca infatti quell’omofilia tipica del suo cinema, fatta di sguardi intensi e turgidamente stimolati da atteggiamenti e protuberanze lasciate intravedere sotto biancheria e vestiti dal tessuto molliccio, che ricadono trasparenti su corpi sinuosamente erotici.
L’elaborazione del lutto e del suo dramma verranno unicamente espiati attraverso una sorta di catarsi quasi rituale, che esaurirà il suo contenuto simbolico-performativo nella mise-en-scene di un film nel film.
Tali nefande e immonde cicatrici rimarranno certamente un segno indelebile nell’animo di coloro che le hanno subite, ma “la vita, quella che pensavamo ci avessero tolto, possiamo riprendercela. Anche se per farlo abbiamo dovuto cancellare per sempre il ricordo dei bambini che eravamo”.

 

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