02.2011 – La mamma italiana di Harry Potter. Intervista a Beatrice Masini

Beatrice Masini nasce a Milano, dove attualmente vive e lavora come responsabile editoriale della narrativa per ragazzi in RCS (Rizzoli e Fabbri Editori). E’ inoltre un’affermata e prolifica scrittrice di libri per bambini e ragazzi dal 1996. I suoi libri sono infatti stati tradotti in quindici paesi ed hanno vinto numerosi premi: il Premio Castello di Sanguinetto con il romanzo La casa delle bambole non si tocca, il Premio Pippi Signore e signorine – Corale greca, il Premio Elsa Morante Ragazzi con La spada e il cuore – Donne della Bibbia, il Premio Andersen come miglior autrice del mondo dell’infanzia. E il suo ultimo romanzo, Bambini nel bosco,  è entrato nella rosa dei dodici candidati finalisti del Premio Strega 2010.
E’ anche giornalista e traduttrice, conosciuta in particolare per aver tradotto cinque dei volumi della saga fantasy di Harry Potter.

D – Nella sua storia professionale, come si è avvicinata, dal giornalismo iniziale, al mondo dell’editoria per bambini e ragazzi?  E quali sono state le spinte e le occasioni per scrivere e per tradurre?

R – Appena laureata ho cominciato a lavorare come redattrice in una casa editrice che faceva libri di scolastica per la scuola primaria e continuava a fare in minima parte libri per bambini, com’era nella sua storia. Di lì i primi contatti e le prime storie scritte, poi le traduzioni, e via via, in modo naturale, un cerchio concentrico di legami che si allargava e offriva altre occasioni. Il lavoro l’ho lasciato due anni dopo per fare la giornalista, e del resto la scolastica, pur essendo stata un’ottima scuola, non era per me, ma in parallelo ho continuato a lavorare per i libri e sui libri. La scrittura è sempre stata presente sottotraccia – scrivevo per me, per imparare a scrivere – finché ho messo insieme il primo romanzo, Emma dell’ermellino, che è uscito quando avevo 34 anni. Più o meno nello stesso periodo ho cominciato a collaborare con RCS Libri nel settore ragazzi.

D – Le sue storie nascono da reminiscenze e da teneri ricordi della sua infanzia, o sorgono anche dall’osservare e dal voler accompagnare attraverso la scrittura la crescita dei suoi figli?

R – I ricordi dell’infanzia non sono tutti teneri, anzi. E certo sì, fanno l’ossatura di quello che scrivo. Non ho mai scritto per i miei figli, però averli vicino è stato fondamentale: tante idee vengono dall’osservazione dei loro modi e dall’ascolto del loro mondo.

D – Il suo libro “Storie dopo le storie” (Einaudi Ragazzi, 2009) oltre che essere ispirato dalla sua curiosità bambina di voler cercare un seguito alle fiabe e alle storie classiche che, come lei ha dichiarato, le è appartenuta nell’infanzia, attinge forse anche da quella stessa creatività “dell’andar oltre” che è necessaria per tradurre “l’intraducibile” magico, tipico delle saghe fantastiche come quella di Harry Potter?

R – Faccio fatica a mescolare i due ambiti, quello della traduzione e quello della scrittura, perché è ovvio che si alimentano a vicenda, ma è altrettanto ovvio che potrebbero sussistere l’uno senza l’altro: potrei essere solo una traduttrice o solo una scrittrice, se faccio tutte e due le cose è perché si sono incrociate e intrecciate, però non tanto da confondersi: non sono necessarie l’una all’altra anche se sono molto utili a vicenda.

D – Alla luce delle sue traduzioni della saga della Rowling, come valuta l’enorme strabordare del fantasy nel mondo dei teenager, quasi fosse l’unico genere letterario che li coinvolge?

R – Non credo sia un problema di domanda ma di offerta: il mercato si orienta verso quello che funziona, e se il fantasy funziona, tende a replicare se stesso. Il rischio è che l’offerta si appiattisca e si banalizzi, ed è quello che ciclicamente succede a qualunque genere dopo che ha toccato la fase acuta. Detto questo, continueranno a esserci buoni fantasy e cattivi fantasy, e arriveranno altri generi, più o meno fortunati. Certo, il fantastico, in senso ampio, è un territorio che offre a uno scrittore possibilità illimitate. Vedo anche molto praticata la contaminazione dei generi, in un modo che può risultare innovativo e sorprendente.

D – Una curiosità… nel suo ruolo di editor, quanto influisce la richiesta del mercato rispetto al gusto personale, allo stile narrativo e ai contenuti?

R – Non posso dimenticarmelo, il mercato: lo osservo con curiosità e sto all’erta per cercare di intercettare i nuovi andamenti con anticipo. Non posso nemmeno seguirlo: penso che sia una strada di poco respiro. Di fatto, i maggiori successi dei marchi che seguo sono per metà libri di genere, che hanno interpretato con abilità una tendenza nel suo momento di fioritura, e per metà libri eccentrici, che magari sono partiti sommessi e si sono affermati nel tempo, diventando longseller più che bestseller. Sono quelli che preferisco perché danno profondità e respiro al catalogo, e un editore per ragazzi deve al catalogo credibilità e tenuta nel tempo.

D – Infine, pur nella banalità della domanda, quali sono i consigli che lei si sente di dare a giovani che desiderino intraprendere un percorso professionale nel mondo dell’editoria in questo difficile momento occupazionale? Ritiene sia più utile frequentare master, stage e quant’altro, o formarsi sul campo come nelle “vecchie botteghe di arti e mestieri”, naturalmente se fosse ancora in qualche modo possibile?

R – Quando ho cominciato io si imparava sul campo e basta. Adesso il percorso ideale affianca a una base di specializzazione teorica un po’ di apprendistato vecchio stile. Master e stage sono ottimi passaporti per avere accesso alla parte pratica con un minimo di cognizioni di base, che sono anche fondamentali per capire a priori ciò che interessa fare e ciò che no. Se e finché è possibile, suggerisco di non fare ciò che non interessa, anche se si presenta sotto le sembianze di un’opportunità: porta fuori strada e serve solo ad accumulare frustrazioni.

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